penitenza

36. È interessante l’ulteriore lettura che della penitenza compie il teologo ortodosso greco Christos Yannaras: «L’ascesi non è un atto individuale meritorio, un risultato della coerenza nell’osservanza di un qualche codice oggettivo di comportamento… Non si limita neppure alla “mortificazione” del corpo trasformandola in un fine in sé, quasi dovesse la disprezzata materia obbedire disciplinatamente agli ordini di uno “spirito” superiore. L’ascesi cristiana è innanzitutto un evento ecclesiale e non individuale».

35. «Terra»: cioè sepolcro, morte da cui risorgere. «Mortificazione», ovvero uccisione dell’«idolatria»… Ben più ricco e «pasquale» è dunque il senso della penitenza, rispetto al solito manicheismo dualista corpo/anima, male/bene. E in questa accezione può essere persino recuperata l’idea dell’ascesi come scalata verso la perfezione spirituale: basta che non lo si intenda quale assurda misurazione empirica della virtù, quanto come il ristabilimento nella pienezza della propria vocazione umana originaria.

34. Si può inserire a questo punto un’idea che ben s’attaglia al clima quaresimale: la morte dell’«uomo vecchio» e il «rivestirsi» di quello «nuovo». È di nuovo un brano paolino: «Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria,  cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono… Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 5-6.1-2).

33. In tale prospettiva di recupero dello stato edenico, «divino», della materia, la penitenza acquista un valore positivo e quasi gioioso che ci rammenta l’altro passo evangelico: «Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». (Mt 6, 16-17). Forse non si tratta soltanto di una regola di umiltà, si allude invece alla ricompensa «segreta» di una glorificazione del corpo che è già prefigurata dal lavarsi il volto e profumarsi la testa…

32. Perché è sempre «da Dio» che discende la liberazione, la grazia, il merito; non dai nostri volonterosi sforzi. Immaginiamoci allora l’ascesi come la «demo» di un giochino elettronico o un «promo» di un film di prossima uscita: ambedue i prodotti sono pensati per dare l’idea del risultato finale, tuttavia non possono (né vogliono) svelarlo del tutto. Noi possiamo figurarci più o meno bene l’esito del prodotto completo, però lo «spettacolo» si potrà godere soltanto quando e nei modi in cui avverrà la rivelazione definitiva predisposta dal «regista».

30. Sì, l’ascesi deriva da Dio: non dunque un movimento di volontaristica ascesa occorre immaginarsi, bensì una discesa di grazia dall’alto. Solo con un intervento del genere, d’altronde, è lecito sperare nell’efficacia degli sforzi umani. L’«armatura divina» di cui parla Paolo è l’unico strumento che potrebbe ricostituire lo stato di perfezione anche corporea perduto dall’uomo nell’Eden: quando non c’era necessità di nutrirsi (digiuno), quando non esisteva dolore (cilicio), quando ogni desiderio era colmato prima ancora di esprimersi (rinuncia).

29. «La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio…». (Ef 6, 11-12). Forse non è chiaro a noi moderni che cosa Paolo intenda con «spiriti del male», senz’altro però due cose sono chiarissime in questo celebre brano: anzitutto la lotta spirituale non deve puntare alla materia, al corpo, e poi l’«armatura» non proviene da tecniche o regole ascetiche, bensì «da Dio»…

28. La lotta spirituale comporta certamente una parte «penitenziale» ed ascetica: la rinuncia, il digiuno, il sacrificio vi sono compresi, però non più come esercizi aventi valore in sé e tanto meno mortificanti della propria umanità. Al contrario: lo scopo finale del combattimento è un massimo di libertà personale (il distacco dalla cupidigia schiavizzante dei beni e del potere) e di comunione tra uomini (la condivisione invece dell’egoismo). Chiara dunque la differenza con la penitenza soltanto «negativa»: qui è più che mai il fine che giustifica i mezzi.

27. Dal riconoscimento dell’umana debolezza ­(che sia derivata dal peccato originale oppure no) il cristianesimo ricava una vasta tradizione di «combattimento spirituale». Non si tratta di rinnegare la carnalità o addirittura opporsi ad essa, e neppure di un addestramento militaresco per conseguire qualche vittoria interiore; piuttosto è una lotta contro il limite, rappresentato anzitutto da se stessi, e consapevoli peraltro che esso rimane insuperabile senza una prospettiva profondamente spirituale.

26. «Vegliate e pregate»: la prima azione – quella penitenziale – non è fine a se stessa. Ed è la seconda che impedisce di «cadere in tentazione». Acquista allora ben diverso senso la divisione tra «spirito» e «carne»: non una contrapposizione dualistica, manichea (tutto il bene da una parte, tutto il male dall’altra), bensì la presa di coscienza della propria fragile realtà umana, che ha bisogno dapprima di leale riconoscimento, quindi di affidamento a una salvezza che la supera radicalmente.