Il risorto dei Baustelle

Il risorto dei Baustelle

Bianconi, Bastreghi e Brasini: le tre B (in una) di Montepulciano. I Baustelle. ‘Mistici dell’Occidente’ – come li hanno ribattezzati Paolo Jachia e Davide Pilla nel primo libro dedicato alla loro musica – cantautori di “un’assurda specie di preghiera che sembra quasi amore”. Ed “una specie di auto-preghiera” – afferma l’ateo Francesco Bianconi – è quella che conclude un album come Amen (2008), pur intriso di pessimismo realista, e “che non significa che sono diventato credente, ma significa che voglio lottare e mi piacerebbe portare dio dentro di me”: “Sarebbe splendido / Amare veramente / Riuscire a farcela / E non pentirsi mai / Non è impossibile pensare un altro mondo / Durante notti di paura e di dolore / Assomigliare a lucertole nel sole / Amare come Dio / Usarne le parole / Sarebbe comodo / Andarsene per sempre / Andarsene da qui /Andarsene così”.

È significativo che il brano chiuda ancora oggi i concerti dal vivo del gruppo. Ad indicare una speranza sempre viva, nonostante la tragica vicenda di Alfredino, gli impulsi umani verso l’antropofagia e l’autodistruzione, il volare invano e le nostre crisi di panico, nonostante il nuovo caporalato in “una civiltà che ai miei occhi fa schifo. E che forse proprio per questo spinge chi la canta con occhio critico, cinico e cattivo a guardare per reazione (o disperazione?) verso l’alto, verso un altro, verso un altrove. Spinge ad alzare la testa dal fango. Volenti o nolenti, credenti o miscredenti, apocalittici o integrati. Nel romanzo ‘La strada’ Cormac McCarthy a un certo punto dice: – Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti -. E forse è proprio così”. Anche se lo stesso Bianconi non deve esserne del tutto convinto se in un’altra intervista afferma: “L’idea di Dio, di sacro, è diffusa in tutto il disco. E anche dove non è nominato direttamente, Dio si manifesta ‘in absentia’: sia in positivo che in negativo … Sono ossessionato dall’idea di Dio. Non credo. Ma cerco … Le parole delle nostre canzoni descrivono una società occidentale allo sbando, in cui l’idea di Dio e di sacro sono andati a farsi fottere … L’Italia in questo momento avrebbe bisogno di una spiritualità di tipo francescano, assoluta e rigorosa, ma tende ad affrontare l’argomento religioso nel modo più sbagliato, con un eccessivo moralismo che fa più male che bene”.

Non a caso San Francesco è il primo dei Mistici dell’Occidente (2010) protagonisti dell’album omonimo: quelli che sono in cielo perché disprezzano la realtà, in quanto – come Huckleberry Finn – sono liberi di non dare un prezzo ad ogni realtà; quelli grazie ai quali Francesco Bianconi può cantare: “Non angosciarti più, che bisogno c’è, quando partono le rondini, lasciale andare / Non domandare più, che ragione c’è, quando passa il carro funebre, fallo passare / E non buttarti giù, che in fin dei conti c’è, un azzurro che fa piangere oltre le nubi / E non soffrire più, che in fondo forse c’è, al di là di Gibilterra, un indaco mare”. Aspetto questo tanto più significativo in quanto egli confessa che “non ho più l’età per riuscire ad illudermi … non ho più l’età per riuscire a vivere nel cielo blu”.

Ed infatti nell’album successivo, l’ultimo, intitolato Fantasma (2013), la morte diventa la protagonista assoluta, ma solo apparentemente nel senso che sembrano indicare le atmosfere horror dei video corrispondenti o di certi intermezzi musicali, poiché, precisa il leader del gruppo, “ci siamo sforzati di vedere la morte come un passaggio: per chi crede in un mondo migliore, per chi non crede in un altro stato biologico”. In questo senso, “la morte non esiste più non parla più non vende più, mio folle amore … Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va! … Parlami d’amore, nonostante la stagione che verrà”. Sì, l’amore è più forte della morte, anche se il brano resta enigmatico quando canta per due volte: “osservo Dio, lo lascio fare”.

E similmente, non scioglie l’enigma di Dio e della morte, ma lo intensifica, il brano Monumentale: “I cimiteri non danno pensieri, sei tu che ti sbagli, se stanco, disperi e piangi per colmare i buchi dell’assenza / … ma piuttosto stringi forte chi ti ama, fra le mute tombe del monumentale, non c’è Dio e non c’è male, solo vaga oscurità / I camposanti non hanno rimpianti, sei tu che li covi, li rendi fantasmi, li canti per sentirne meno la mancanza, come non bastasse l’esistenza e l’eco che fa / … stringi forte chi ti vuole bene, tra le tombe del monumentale, trovi Dio, trovi Montale, ed un’opaca infinità / … vieni all’ombra dei cipressi dona amore, al pomeriggio a chi sospende la sua vita tra le urne amiche del monumentale, di realtà e d’irreale, vieni a fartene un’idea”.

Il risorto, infatti, non è un fantasma (Lc 24,39) prodotto da psicologie deboli o da strategie di potere, chiede di amare tutta l’esistenza e tutti gli esistenti (Lc 24,47), ma soprattutto, per quanto dice l’angelo alle donne, sarà visibile là, ai limiti di Israele, in quella terra periferica di Galilea dove tutto cominciò (Mc 16,7; Mt 28,7).

In questo senso, ed entro questi limiti, crediamo si possa simpatizzare con la conclusione dei Baustelle, sempre più immanente ma non per questo priva di eternità: bisogna avere fede, navigare nello spazio siderale, presupporre e superare l’aldilà, che siamo troppo avvezzi a stare male, a proteggerci dal sole, dalla radioattività di stanchi simboli di troppo tempo fa; bisogna avere fede, esplorare ogni spazio siderale, abolire l’aldilà, così ti stringo forte, grido amore e cerco il bene nell’orrore e l’eterno nell’età. Per usare le parole di Ligabue e Guccini, l’amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte? E forse qualche dio non ha finito con noi, perché noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,in ciò che noi crediamo dio è risorto, in ciò che noi vogliamo dio è risorto, nel mondo che faremo dio è risorto