Zela, che ora vede un po’ di luce

Zela, che ora vede un po’ di luce

«Si chiama Zela, ha quindici anni, negli ultimi due anni è vissuta incatenata, cibo appena sufficiente per non morire».

Ho letto queste due righe e ho cambiato pagina Facebook: non volevo rovinarmi la giornata con una storia che mi avrebbe fatto stare male. Ma poi non ho resistito, tanto ormai la giornata era segnata e inoltre mi interessava, perché a scriverla era stata una le cui parole hanno un peso: Bruna Fergnani, che con il marito Lucio Lunghi vive in Tanzania, dove ha fondato una casa famiglia per bambini disabili – che lì sono gli ultimi degli ultimi – e poi tante altre realtà per aiutarli ad essere un po’ più liberi e un po’ più infelici. La loro associazione si chiama Nyumba Ali: “Nyumba” in kiswahili significa casa, “ali” è la parola italiana scelta per esprimere la volontà di «far volare in sicurezza anche chi ha solo un sorriso col quale affrontare la vita».

Dunque sono tornata sulla pagina di Nyumba Ali e ho scoperto che la storia di Zela è segnata dall’ombra con cui gli uomini l’hanno sommersa, ma anche dalla luce con cui altri uomini l’hanno rivestita.

Dunque, un giorno succede che dada Sarome (dada significa sorella, così si chiamano le donne che lavorano al centro) ha scoperto che Zela viveva col nonno e una “domestica”, legata a una catena. Evidentemente, qualcuno aveva segnalato la cosa, perché è arrivata la polizia. Bruna racconta che Zela è stata portata in ospedale e la “domestica” nella stazione di polizia. Ma «entrambe sono tornate a casa dopo un giorno: Zela perché non ha patologie significative e la donna perché è incinta e non può andare in prigione».
Il centro è per disabili fisici, in teoria non era il posto più adatto per la ragazzina, il cui problema è psichico. Ma, scrive Bruna, « Lucio ed io cercavamo nella memoria un volto e una scusa per far tacere quella vocina che diceva “ andate a prenderla”». Non l’hanno trovata. E quindi hanno avviato le pratiche burocratiche, mentre il nonno e la donna venivano scagionati dal tribunale: «la gomma che ha cancellato il reato è costata al nonno circa 50 euro. Cinquanta euro per tornare alla solita vita: il nonno a vendere vestiti usati al mercato e la donna ad aspettare la nascita del figlio del nonno assieme a Zela incatenata».

Due giorni dopo Zela è arrivata al centro. «Credevo di essere preparata a vedere fame e paura negli occhi dei bambini», scrive Bruna, «credevo di essere diventata una donna forte, ma di fronte a lei ho desiderato di scappare, di chiudere gli occhi, di rifugiarmi nelle braccia di mia madre, come quando ero bambina. Non è possibile chiudere gli occhi di fronte alle piaghe nelle caviglie con i segni inequivocabili delle catene, di fronte ai segni rossi delle bastonate e delle bruciature, di fronte a quel corpo martoriato. Zela è alta un metro e mezzo e, quando è arrivata, pesava poco più di trenta chili; le statistiche la mettono nel gruppo con anoressia grave, le statistiche non prevedono che a quindici anni ci sia qualcuno gravemente malnutrito».

Segni delle torture a parte, la cosa che ha colpito di più è stata la fame che aveva. «Zela è affamata in un modo che non so descrivere, si guarda attorno in continuazione alla ricerca di cibo, annusa con gli occhi la presenza di qualcosa di commestibile e piange per averlo, piange nella tonalità della fame, piange a bocca spalancata, piange senza lacrime e il suo pianto disumano entra e scava un solco di pietà, di paura, di lacrime». Quando le cuoche preparano da mangiare Zela si scatena: «inizia un inferno dentro un paradiso che spande ovunque odore di cibo e corre tra le due cucine all’aperto, trova una forza incredibile per prendere il cibo dalle pentole sul fuoco, dai piatti dei bambini e degli adulti, corre a testa bassa, corre su gambe esilissime, pronta a sfidare chiunque le impedisca di riempirsi la bocca e di ingurgitare senza sosta. Le dade hanno escogitato un modo per far mangiare tutti senza che Zela si avventi sul cibo degli altri; dada Zula le fa la doccia con l’acqua calda, le spalma la crema, l’accompagna in bagno; Lara le ha comprato magliette e pantaloni; i bambini della scuoletta la proteggono e quando combina guai ridono perché qua non siamo politicamente corretti e, quando qualcuno combina guai, tutti ridiamo, una bella risata affettuosa, salutare, collettiva che ristabilisce l’equilibrio».

Le ali di Zela sono nel cibo, nelle magliette, nelle dade che l’accarezzano, nel cicatrizzarsi delle ferite del corpo, sperando che poi si cicatrizzino anche quelle dell’anima.

La luce è in una risata poco politically correct.

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Paola Springhetti, giornalista freelance. Dirige il bimestrale «Reti Solidali» e collabora con varie testate, tra cui «Il Sole 24 Ore» e «Segno». Insegna giornalismo alla Pontificia Università Salesiana. Il suo ultimo libro è "Donna fuori dallo spot" (ed. Ave 2014).