Paola, l’amore oltre la violenza

Paola, l’amore oltre la violenza

Paola, ventidue anni, scopre di essere incinta. “Ho comunicato la notizia della mia gravidanza al mio ragazzo”, racconta, “e lui mi ha detto, in maniera fredda ed assoluta, che non gli interessava minimamente diventare il papà della bimba che portavo in grembo. Mi sono trovata di fronte ad un bivio. Sapevo di aver compiuto degli errori nella mia giovinezza, ma sentivo che Dio poteva perdonarmeli tutti. Abortire, invece, sarebbe stato un atto che non avrei potuto mai perdonarmi io stessa ed il peccato più grande che avrei potuto compiere, un po’ come un giro di boa senza ritorno. L’aborto era qualcosa che semplicemente non potevo fare. Così, ho scelto di portare avanti la gravidanza”.

Nell’ottica delle persone a lei vicine, l’aborto sarebbe stata l’opzione migliore; come seconda scelta, si presentava la “necessità” del cosiddetto matrimonio riparatore. Paola viene praticamente obbligata a sposare il papà della bambina. Prestissimo però Paola si accorge del carattere violento dell’uomo, tale da sradicare in lei ogni rimanente sentimento nei suoi confronti. Tuttavia, non le è più possibile allontanarlo: ormai si è innescato un meccanismo vittima-carnefice da cui è difficilissimo uscire. Inizia, per Paola, un lungo calvario, fatto di violenze fisiche nei confronti suoi e nei confronti della loro figlia, e di una serie interminabili di violenze psicologiche: “Mio marito minacciava di morte sia me sia la bambina, usando ogni tipo di violenza nei nostri confronti. I suoi scoppi d’ira erano del tutto imprevedibili: non c’erano dei miei comportamenti che li provocassero, e che quindi avrei potuto evitare per non scatenare la sua aggressività. Le sue violenze potevano emergere per qualsiasi motivo ed in qualsiasi momento. In quelle occasioni, lui diventava diverso: il suo sguardo cambiava, era quello di un assassino. Io non so come mai non mi abbia veramente uccisa: con la violenza assoluta che mi infliggeva, sarebbe stato un epilogo più che normale, e sarei stata solo un altro dei tragici casi di ‘femminicidio’ di cui ora si inizia a parlare”.

In questa situazione di sofferenza inerme, Paola prega molto e con grande intensità: “La preghiera mi ha dato la forza e la certezza che qualcosa di buono mi sarebbe accaduto: qualcosa che mi avrebbe permesso di uscirne”. Paola prega per la propria liberazione e per quella di sua figlia, ma anche per questo marito così violento: “Mi è venuto d’istinto pregare per lui, non lo considero un merito o una mia capacità: io non ho mai odiato questa persona, né gli ho augurato il male”.

Ora Paola ha un’esistenza nuova. “Sono tanto felice di non aver abortito”, spiega: “Non mi sono lasciata sottomettere dalla mentalità del mondo che mi avrebbe illusa. Quando un figlio viene visto come un problema, si crede di rimuoverlo sopprimendo il figlio; e in realtà si crea un problema irrisolvibile, quello dell’aborto stesso. Mia figlia non è mai stata un problema; semmai il problema era il mio, a monte. Sopprimere una vita che aveva tutti i diritti a venire al mondo non sarebbe mai stata una soluzione: a tutto c’è rimedio, tranne che all’uccisione di una creatura. Bisogna portare avanti la gravidanza a qualunque costo: nel tempo non ci si pentirà mai di aver fatto nascer un figlio, mentre di un aborto ci si pentirà sempre”.

In ogni caso, le ferite del passato non impediscono a Paola di aver ritrovato pienamente la propria femminilità e la propria voglia di vivere. Soprattutto, la grande gioia della sua vita è la presenza di sua figlia: “Ogni volta che la guardo, ogni suo respiro è per me un palpito d’amore ed un’occasione per rendere grazie a Dio che non ha lasciato che compissi un errore irreparabile. Mia figlia è la mia spinta interiore: la mia vita vera è quella che è iniziata con la sua nascita. Io ringrazio sempre Dio per il dono che lei è; ogni volta che la vedo in coda per andare a prendere l’Eucaristia rendo grazie al Signore perché c’è un’altra vita che può lodarlo e amarlo insieme con me”.

E più che le parole, già così belle e forti, parlano gli occhi di Paola, luminosi, sereni, felici e bellissimi.

Foto: Flickr/Marco Musso

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Chiara Bertoglio è una giovane concertista di pianoforte, musicologa, scrittrice e docente italiana. Formatasi presso insegnanti quali Paul Badura Skoda, Konstantin Bogino, Sergio Perticaroli, e diplomatasi appena sedicenne, Chiara Bertoglio ha tenuto il suo primo recital ad otto anni, ed il suo primo concerto con orchestra a nove; si è in seguito esibita nelle più importanti sale italiane ed estere, fra cui la Carnegie Hall, il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Academy di Londra, l’Accademia di Santa Cecilia a Roma, collaborando con musicisti come Leon Fleisher, Ferdinand Leitner, Marco Rizzi e molti altri. Laureata e dottore di ricerca in musicologia, e con un master in teologia, ha scritto diversi libri e numerosi saggi per riviste specialistiche italiane ed internazionali, partecipando come relatrice a convegni prestigiosi (ad Oxford, Londra, Roma etc.). Impegnata nell’approfondimento dei rapporti fra musica e spiritualità cristiana, ha pubblicato libri sull’argomento; inoltre, scrive articoli e libri non musicali per diffondere storie positive di speranza. Svolge intensa attività didattica privatamente ed in importanti istituzioni italiane ed estere, sia come docente di pianoforte sia come musicologa.