Il dialogo con Nicodemo e «La Ginestra» di Leopardi

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“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (Giovanni III,19). Non stiamo solo leggendo uno dei versetti fondamentali e più inquietanti del vangelo di Giovanni, ma anche l’epigrafe dell’ultima poesia scritta da Giacomo Leopardi prima di morire: La Ginestra o il fiore del deserto. Gli studenti sono sempre colpiti da una citazione del genere. Di solito interpretata come l’incipit di una nuova – e tragica – novella lasciata ai posteri dall’apostolo Leopardi, oppure come un riferirsi ironico ad un certo spiritualismo cattolico dell’epoca, illuso nel suo “pargoleggiar” come il coevo idealismo progressista, entrambi, “promettendo in terra”, “eccelsi fati e nove felicità, quali il ciel tutto ignora”.

D’altra parte, è difficile affermare in modo immediato che quella del poeta sia un’esperienza cristiana – pure essendo un sentiero da percorrere l’ipotesi di Antimo Negri a proposito di un Leopardi visto come un moderno Giobbe che interroga, seppur indirettamente, la creazione e la redenzione operata da Dio a causa dell’insensato dolore presente in essa. Anche perché il nostro poeta non si limita ad esternare il suo “disprezzo (…) aperto” verso le opere malvagie di quel “secol superbo e sciocco, / che il calle insino allora / dal risorto pensier segnato innanti / abbandonasti, e vòlti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami”; di quel primo Ottocento al quale egli contesta il male che fa: “libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di novo il pensiero, / sol per cui risorgemmo / della barbarie in parte, e per cui solo / si cresce in civiltà”. Leopardi, infatti, investe del suo “riso” e della sua “pietà” anche le “superbe fole” degli antropomorfismi religiosi e, sembra, dello stesso dogma dell’Incarnazione : “quante volte / favoleggiar ti piacque, in questo oscuro / granel di sabbia, il qual di terra ha nome, / per tua cagion, dell’universe cose / scender gli autori, e conversar sovente / co’ tuoi piacevolmente”.

Crediamo, quindi, che si debba lasciare a chi di dovere il giudizio storico – e soprattutto metastorico – sul cattolicesimo della Restaurazione e sullo scetticismo (agnostico o ateo) di Leopardi. La lettura proposta è un’altra. Immaginare ciò che il Gesù giovanneo del confronto notturno con Nicodemo avrebbe apprezzato di quello che si può ben definire il testamento del poeta. A partire da un’espressione che si staglia isolata all’interno di un dialogo in cui si parla ripetutamente di nascita dall’alto, dallo Spirito e di un cielo a cui si ascende e da cui si discende: “se vi ho detto cose terrene e non credete, come crederete se vi dirò cose celesti?”(Gv 3,12). Tra queste cose terrene, presupposti necessari di quelle celesti, crediamo rientrino i versi dedicati alle “magnifiche sorti e progressive” della “mortal prole infelice” ed alle “afflitte fortune” dei “giardini e palagi, / agli ozi de’ potenti / gradito ospizio” e delle “città famose” a cui “or tutto intorno / una ruina involve”. Espressione della coscienza leopardiana dell’“annichilare” degli idoli costruiti dalla volontà di potenza:  “caggiono i regni intanto, / passan genti e linguaggi (…) / e l’uom d’eternità s’arroga il vanto”, “colui che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, / fin sopra gli astri il mortal grado estolle”.

Ed infatti, crediamo che Gesù avrebbe apprezzato altrettanto i versi dedicati all’uomo humilis: “uom di povero stato e membra inferme che sia dell’alma generoso ed alto, non chiama sé né stima / ricco d’or né gagliardo, / e di splendida vita o di valente / persona infra la gente / non fa risibil mostra; / ma sé di forza e di tesor mendíco / lascia parer senza vergogna, e noma / parlando, apertamente, e di sue cose / fa stima al vero uguale”; così come quelli rivolti all’uomo “stolto”: “quel che nato a perir, nutrito in pene, / dice: – A goder son fatto, –  / e di fetido orgoglio / empie le carte”. Forse non del tutto condivisi, ma quantomeno valutati come punto di partenza comune, quelli in cui si afferma che “nobil natura è quella / ch’a sollevar s’ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato, e che con franca lingua, / nulla al ver detraendo, / confessa il mal che ci fu dato in sorte, / e il basso stato e frale; / quella che grande e forte / mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire / fraterne, ancor piú gravi / d’ogni altro danno, accresce / alle miserie sue, l’uomo incolpando / del suo dolor, ma (…) tutti fra sé confederati estima gli uomini, / e tutti abbraccia / con vero amor, porgendo / valida e pronta ed aspettando aita / negli alterni perigli e nelle angosce / della guerra comune”.

Certo, questa verità su cui si fa luce – “il vero dell’aspra sorte e del depresso loco” -, e questa “giustizia e pietade” che ne consegue, forse intersecano, ma certo non collimano con l’agàpe, la carità cristiana. E la stessa visione della “natura” – che “dura nutrice”, “rea (…) madre” e “matrigna (…) inimica”, “empia”, “ignara”, “non ha (…) dell’uomo più stima o cura che alla formica” quando li “annulla”, “schiaccia, diserta, copre” – è decisamente più negativa di quanto appaia nel testo biblico: “i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento (Sal 19,2). Mentre “dall’alto” – afferma Leopardi – “veggo” solo “lo vòto seren…”. – Quale Dio per questa Natura? – potrebbe essersi domandato il poeta, ed in modo legittimo, se anche Paolo afferma che la creazione “nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione [perché] sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Romani 8,20-22). Problematica che quindi rientra nella quaestio de malo – “crudel possanza (…) del sotterraneo foco”, “ignea forza” -, letteralmente esplosa nella modernità e non ancora armonizzata, nonostante gli sforzi delle più disparate teodicee. E che fa di Leopardi il pungolo nella carne di ogni cristianesimo vagamente spiritualista: “venga colui che d’esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / è il gener nostro in cura / all’amante natura” – questa la sfida posta dal poeta nel linguaggio giovanneo del vieni e vedi (1,39.46).

A questo punto, resta solo la domanda sull’identità della “lenta ginestra” che, come il Paraclito, “il deserto consola”. La poesia? Leopardi stesso? Un’innocente creatura della colpevole Natura? La risposta non è stata data. E non saremo noi a farlo. Però, i versi ad essa dedicati sono splendidi e mi è sempre piaciuto accostarli al brano evangelico in questione. Se dunque il “formidabil monte sterminator Vesèvo” è il Golgota, allora “il fiore gentile” che “vidi” e “riveggo” è il Gesù innalzato sulla sua “arida schiena” (Gv 3,14). In quanto figura Christi, “tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata … contenta … de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade … di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante … e ognor compagna … e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo”. Profumo di Cristo (2Cor 2,15). E, come “il picciol campo [di] vigneti”, come ogni agnello di Dio, “piegherai / sotto il fascio mortal non renitente / il tuo capo innocente:/ ma non piegato insino allora indarno / codardamente supplicando innanzi / al futuro oppressor; ma non eretto / con forsennato orgoglio inver le stelle, / né sul deserto, dove / e la sede e i natali / non per voler ma per fortuna avesti”.

Per queste parole si può concludere con Walter Binni: “mai questo materialista, [fu] più profondamente spirituale e a suo modo religioso di tanti suoi contemporanei professionalmente religiosi e spiritualisti”.