Gioacchino Belli: quando a Gesù «je prese una buggera»

Gioacchino Belli: quando a Gesù «je prese una buggera»

Quale parola chiave per decifrare i sonetti di Gioacchino Belli dedicati alla Bibbia? Comicità? Satira illuminista? Parodia del villano? Metastoria? Tragedia? Ambiguità, forse: “una chiave che tutte le altre non nega ma riassume e che deve accompagnare l’approccio a ogni testo belliano – avverte Pietro Gibellini nell’Introduzione a La Bibbia del Belli uscita per le edizioni Adelphi -. Il compromesso è l’unica soluzione che consente al cattolico Belli di essere, cattolicamente, ateo: l’ unico modo perché la voce della ragione e della ribellione possa manifestarsi senza che il poeta sia costretto a portare sino in fondo la scelta dell’arido vero o del coerente radicalismo cristiano”.

Restano, in ogni caso, delle perle teologiche, eventuali basi per un umorismo cristiano tutto da costruire, espressioni folgoranti ricche di sensi la cui ricerca ancora oggi appassiona studenti di ogni età. Difatti, in una religione che permette di “magnà Domminiddio” (La riliggione vera), il testo sacro non può che diventare la “Sagra Scrittura” (Er vino nuovo), e se Dio è una “biocca” (Er giorno der Giudizzio) – ossia una chioccia, sciogliendosi in tal modo la vexata quaestio sulla precedenza metafisica tra l’uovo e la gallina -, ciò non significa che si possa agire come si vuole ne La Casa di Dio:

Cristo perdona ogni peccato: usuria,
cortellate, tumurti der paese,
bucìe, golosità, calugne, offese,
sgrassazione in campagna e in ne la curia,

tutto: ma in vita sua la prima ingiuria
ch’ebbe a vede ar rispetto de le chiese,
lui je prese una buggera, je prese,
ch’escì de sesto e diventò una furia.

E facenno la spuma da la bocca
se mésse a curre in ner ladrio der tempio
cor un frustone, e giù a chi tocca tocca.

Questa è l’unica lite ch’aricorda
er Vangelo de Cristo, e nun c’è esempio
che menassi le mane un’antra vorta.

Solo il folle di Dio può dire la verità – soprattutto quella cristiana, che per l’uomo naturale e la sapienza mondana è innanzitutto follia (1Cor 1,21.23; 2,14; 3,19). E tutto questo non si trova scritto in quello che il popolano del Belli spesso definisce riduttivamente “er Vangelio ch’è una bbell’istoria” (Le nozze der cane de Gallileo, III). No, a dimostrare la serietà del caso già a livello linguistico, qui parla solo “er Vangelo de Cristo”!