Francesco: felici, non da soli

Francesco: felici, non da soli

Un ex-aviatore, missionario laico in Uganda, confida il segreto della sua felicità: alle soglie dei sessant’anni, e dopo un periodo di lontananza dalla pratica religiosa, Francesco incontra l’amore di Dio per il mondo che lo spinge a dare, a sua volta, il proprio tempo e la propria vita agli ultimi della terra.

Italia chiama Africa. Per la precisione Uganda, Kalongo, un punto nel nord di un Paese che molti di noi farebbero fatica a trovare sulla cartina geografica. Francesco, missionario laico, si trova in Uganda per rispondere ad uno dei grandi e misteriosi progetti, ad uno di quei “sogni” di Dio che l’uomo è chiamato a condividere. Con la propria vita.

“Potrei anche dire di sentirmi come Giacobbe che lottò con Dio”, sostiene Francesco, “perché la tentazione di fare un po’ la mia e non la Sua volontà è stata spesso presente. Alla fine, però, ho dovuto arrendermi all’evidenza che è meglio sia Lui a guidarmi. Nella barca della vita”, confessa, “qualche volta ho proposto al Signore di scambiarci il posto, lui ai remi ed io al timone”. Eppure, ammette, quando il buon Dio è parso accettare lo scambio, il risultato è stato evidente: “Non potevo non constatare che alla fine avevo perso l’orientamento. Tuttavia, dal fondo del cuore, sottile ma insistente, una voce mi sussurrava: «ci sono Io, non temere»”.

Quel seme non è andato perduto. “Forse è rimasto a giacere per anni in qualche angolo del mio cuore. E forse finalmente è germogliato durante un viaggio in India nel 1987. Mentre visitavo un lebbrosario nei sobborghi di Madras, mi imbattei in una lapide marmorea su cui era incisa una frase molto semplice: «no one has the right to be happy alone», «nessuno ha il diritto di essere felice da solo». Fu un fulmine che immediatamente squarciò l’arco della mia vita. Così, alla soglia dei sessant’anni, sentii forte in me il richiamo dell’Africa. Dovevo andarci per donare un po’ della mia vita”.

In Uganda, Francesco è arrivato “con un biglietto di sola andata. Non ho idea di quanto potrei rimanerci: il giorno più bello per me sarà quello in cui mi diranno che non hanno più bisogno di me!”. L’unico limite che Francesco pone alla sua permanenza è quello della propria efficienza fisica: “Se, con l’avanzare degli anni, dovesse presentarsi qualche acciacco che mi impedisse di essere loro di aiuto concreto, non esiterei a tornare indietro. Ho anche messo in conto”, aggiunge tuttavia, “che potrei attendere qui l’ultimo appuntamento con il Signore, e consegnare i poveri resti a questa terra e fra questa gente, che tanto amo”.

Il segreto di tanta serenità ci viene regalato da Francesco quasi sommessamente, in sordina, come una confidenza tra amici: “Tutto deve passare dall’amorevole intercessione di Maria; ancora oggi, quando l’acqua si tramuta in vino, c’è sempre il suo provvidenziale intervento”. E l’amicizia con Maria si nutre attraverso il Rosario, con cui Francesco venne a contatto per la prima volta “sulle ginocchia della mamma”, come racconta, anche se per molto tempo, in seguito, lo considerava una preghiera monotona e ripetitiva. “Ho poi cambiato idea”, sostiene: “il Rosario è la preghiera degli innamorati, perché quando si ama non ci si stanca di ripeterlo alla persona amata. Di fronte alle difficoltà, alle amarezze, alle delusioni, non c’è miglior antidoto della recita del Rosario!”.

Ed ecco, quindi, che il “motto” di Francesco si può condensare in tre parole latine, tre parole squisitamente mariane: “Ecce…Fiat…Magnificat”. Per Francesco, “Ecce dice la disponibilità ad accogliere i disegni di Dio; Fiat esprime la partecipazione e il desiderio di far nostra la Sua volontà; Magnificat, infine, è il canto della gioia e della gratitudine per le grandi cose che ha compiuto in noi l’Onnipotente”. Si tratta, sostiene, di un trinomio inscindibile: “non si giunge alla festa del Magnificat se non attraverso l’umiltà dell’Ecce e l’amore a servire espresso dal Fiat!”.

Foto: Flickr/Simon Witaker

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Chiara Bertoglio è una giovane concertista di pianoforte, musicologa, scrittrice e docente italiana. Formatasi presso insegnanti quali Paul Badura Skoda, Konstantin Bogino, Sergio Perticaroli, e diplomatasi appena sedicenne, Chiara Bertoglio ha tenuto il suo primo recital ad otto anni, ed il suo primo concerto con orchestra a nove; si è in seguito esibita nelle più importanti sale italiane ed estere, fra cui la Carnegie Hall, il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Academy di Londra, l’Accademia di Santa Cecilia a Roma, collaborando con musicisti come Leon Fleisher, Ferdinand Leitner, Marco Rizzi e molti altri. Laureata e dottore di ricerca in musicologia, e con un master in teologia, ha scritto diversi libri e numerosi saggi per riviste specialistiche italiane ed internazionali, partecipando come relatrice a convegni prestigiosi (ad Oxford, Londra, Roma etc.). Impegnata nell’approfondimento dei rapporti fra musica e spiritualità cristiana, ha pubblicato libri sull’argomento; inoltre, scrive articoli e libri non musicali per diffondere storie positive di speranza. Svolge intensa attività didattica privatamente ed in importanti istituzioni italiane ed estere, sia come docente di pianoforte sia come musicologa.