Don Modesto, 92 anni di radicalità evangelica

Don Modesto, 92 anni di radicalità evangelica

“Questo tempio è stato costruito in quarantasei giorni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”, questa domanda posta dai giudei a Gesù riportata nel vangelo di San Giovanni  ci induce a pensare alla nostro vita, la sua bellezza, unicità e irripetibilità e anche al suo mistero. Nel tempo della Quaresima il pensiero tra vita, morte e attesa e speranza della Risurrezione dovrebbe essere una riflessione costante che parte dalla testa e giunge al cuore. Ci sono esperienze e momenti che ci toccano, quelli del distacco e la morte di una persona cara che accentuano il senso di angoscia e domanda. “Signore da chi andremo?” Questa sensazione vi racconto perché vissuta nei giorni scorsi al momento della sepoltura di un anziano prete e abate, don Modesto Radoani, un uomo semplice e umile, animato da una spiritualità anche sofferta. Se n’è andato a quasi 92 anni, tutti vissuto in quella tensione e sete di vangelo che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni credente. Nella sua piccola comunità e ai tanti amici che ha conosciuto, ha sempre e solo orientato la bussola della vita verso quella Luce. Il suo nome era Modesto, molto più di un maestro per tante generazioni. La sua vita è stata dura, complicata, piena di sofferenze ma anche colma di grazia.

Una via di rinunce e sofferenze: la strada scout e la piccola comunità di paese

Un’esistenza agra e umile, sbocciata a Rovereto tra le valli del Trentino e compiuta nella padana piemontese.  Padre falegname, spesso in difficoltà di lavoro, mamma, donna di grande religiosità, gravemente malata per un’artrite deformante che l’accompagnerà per l’intera esistenza fino alla morte a sessantuno anni. Cinque fratelli, uno dei quali malato di Parkinson e prematuramente scomparso a diciannove anni. Il trasferimento prima in Liguria a Cairo Montenotte e poi in Piemonte ad Arquata Scrivia, terra della diocesi di Tortona. La famiglia visse in una dimensione di grande povertà e indigenza. Il padre dovette allontanarsi dalla famiglia per lavorare. Per  mandare pochi soldi a casa a moglie e figli, come falegname lavora a Genova, Sanremo, Briga Marittina e infine a Cuneo da dove non tornerà più. “Ero affascinato dalla figura del parroco del mio paese, don Rolandini… Quando avevo un momento libero, uscivo di casa o da scuola e andavo da lui, per aiutarlo in ogni tipo di servizio in parrocchia: chierichetto, segreteria e soprattutto “ricordo di avergli riordinato l’archivio parrocchiale”.  Il giovane Modesto per molto tempo rimosse l’idea del sacerdozio e “quando presi la decisione, fu una grande sofferenza per il dolore che avrei provocato alla famiglia”. Nel 1947 l’ordinazione sacerdotale. Entrava a far parte degli Oblati ed diventava  collaboratore del vescovo Egisto Domenico Melchiori, al seminario minore di Stazzano e poi di Tortona. Per quarant’anni, pur non lasciando mai la sua attività pastorale prima a Tortona e poi a Rivalta Scrivia ,è stato coinvolto nel progetto educativo dell’Agi, lo scautismo femminile e poi l’Agesci. “Partito la sera, a Roma lavoravo tutto il giorno per preparare campi estivi, progetti formativi, cammini spirituali. Riprendevo il treno ed ero pronto per la celebrazione con la mia piccola comunità la domenica mattina”. Da Torino, Milano e Genova molti amici si sono recati alla messa domenicale di don Modesto. Dal 1971 il prete li ha raggiunti, tutte le settimane, con puntualità e rigore, grazie ad un foglietto autoprodotto. “In ascolto della Parola nell’Eucaristia Domenicale”, raccontando la Parola nell’ordinario cammino della chiesa per quasi cinquant’anni.

La tensione evangelica oltre le mura dell’Abbazia tra la sua gente

Nella splendida Abbazia romanica di Rivalta Scrivia, nei pressi di Tortona, ha vissuto per quasi cinquant’anni  in una dimensione di evangelica radicale adesione alla “Parola”. “Quando sono entrato nella parrocchia dell’abbazia, nella mia omelia d’ingresso ho richiamato due aspetti preghiera e carità: portare il vangelo alla comunità e ridare dignità alla celebrazione eucaristica, il centro della vita cristiana” . Erano gli anni del Concilio. Don Radoani entrava in parrocchia nell’ottobre 1965, il Concilio si sarebbe concluso in Piazza San Pietro l’8 dicembre. Tutto era cambiato ma il messaggio del Vaticano II e l’applicazione del parroco di campagna sono  riassunti nel: “Portare Gesù a ogni uomo”. Entrando tra le navate dell’Abbazia che trasudano storia, fede e civiltà, don Modesto ha cercato di vivere il vangelo con un’adesione alla fede in modo quasi monastico, povero. La sua è stata una radicalità evangelica, a volte difficile da comprendere dalla sua stessa comunità e da alcuni suoi confratelli, una perseveranza davvero particolare, costruita nell’umiltà e nel silenzio sostenuta solo da una misteriosa forza spirituale. Quando per la parrocchia dell’abbazia, pareva esserci una prospettiva di futuro come museo e luogo d’attrazione turistica don Rodoani si è opposto con risolutezza.

Il ricordo del vescovo mons. Viola, vescovo di Tortona

Il suo cruccio è sempre stato mettere al centro il messaggio e la presenza di Cristo nella vita dei credenti. “Non abbiamo trasmesso ancora la linfa vitale della Parola. Il Concilio è stata una grazia. E devo molto anche al movimento liturgico, all’esperienza con il gruppo e la rivista di liturgia di Brescia. Grazie a loro ho compreso quanto fosse essenziale nella mia scelta ministeriale la centralità della Sacra Scrittura e della Liturgia non come rito ma espressione della presenza di Cristo tra gli uomini”. “Arrivare a Rivalta Scrivia per me è stato il coronamento di un sogno”. E nel momento del passaggio tra la vita e la morte, nelle mani di quel Dio che ha amato e testimoniato risuonano le parole del nuovo vescovo della diocesi, il francescano Mons. Viola che vivendo nella Casa Sacro Cuore, accanto alla stanza di don Modesto, vecchio e malato, ne ha colto, in soli due mesi, lo spirito e la profondità evangelica, l’amore per Cristo e i fratelli. Belle e interroganti le parole del pastore della chiesa tortonese alle esequie di don Modesto: “tutti stiamo tornando, come Modeto… questo è il nostro destino, la nostra Pasqua”. Esse ci indicano un orizzonte non di morte e distruzione ma di redenzione e gloria, luce e un abbraccio che accoglierà ogni uomo alla fine del suo pellegrinaggio. Il tempio è ora il Corpo di Cristo che attira l’uomo, tutti gli uomini.

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Sposato con Marella, tre figli è direttore del settimanale dell'arcidiocesi di Torino La voce del popolo. Ha lavorato a La Stampa al sito d'informazione religiosa VaticanInsider.it, con cui tuttora collabora oltre che con alcune riviste storiche e religiose. È dottore di ricerca in Storia sociale religiosa. Ha scritto diversi saggi su figure e vicende del movimento cattolico in Italia. È nato e vive a Torino, ma la sue origini sono della zona del Basso Piemonte - diocesi di Tortona - e la sua formazione è avvenuta a Genova.