Danilo, seduto sulle rovine della famiglia

Danilo, seduto sulle rovine della famiglia

Lui la smart ce l’ha avuta prima di tutti, e l’ha parcheggiata sotto casa, con tutto il suo splendido verde primavera, in quella strada né in centro né in periferia di Milano. Erano i primi di settembre, e lui era ancora orgoglioso del 100 alla maturità, anche se poi in vacanza non c’era andato, ed era stata dura far passare agosto, con gli amici lontani, una madre depressa, l’afa e la noia.

L’arrivo della macchinetta l’ha ripagato e gratificato, gli ha fatto sperare che le cose sarebbero cambiate. Ma adesso che gli amici sono tornati, e c’è una ragazza che quant’è bella!, e con la macchinetta ci si potrebbero fare un sacco di cose… Danilo fatica a trovare i soldi per la benzina, per cui deve dosarne accuratamente l’uso. E gli amici che un po’ lo invidiano, alla fin fine sono più liberi con i loro motorini un po’ scassati.

Strana situazione, ma queste sono le contraddizioni che vivono molti figli di separati: regali esagerati da una parte, quasi povertà dall’altra.

Quanti giorni ci vogliono per costruire il tempio? E quanto per distruggerlo? Danilo sa solo che per costruire il suo tempio – la famiglia – i genitori ci hanno messo vent’anni. Per distruggerlo due giorni. Quelli che sono passati tra quando la mamma ha scoperto che papà aveva un storia con la segretaria, e quando è tornato a casa e ha visto l’armadio aperto e la mamma che piangeva. Fino a quel momento aveva creduto che certe cose accadessero solo nei film di serie B, e invece quel giorno ha scoperto che la realtà è più di cattivo gusto della fiction. Un gusto cattivo e amaro, che non se ne va più.

Sono cominciati mesi duri, con i soldi che sono finiti subito, la mamma che un lavoro non lo trova – c’è la crisi, e poi a questa età… – papà che non dà nulla. Per qualche mese Danilo non ha fatto altro che studiare e cercare di consolare la mamma. Senza riuscirci. Per fortuna che c’erano gli amici, due in particolare, con cui si poteva dire tutto, perché ascoltavano senza pretendere di avere la soluzione.

Danilo ha sopportato e ha cercato di distrarsi, lui che è sempre stato un bravo ragazzo, tutto scuola, parrocchia e famiglia. Ha cercato di non condannare suo padre, di capirlo. Ma ogni volta che lui gli telefona e gli propone cose improponibili – tipo andiamo a caccia insieme – mentre la mamma non ha i soldi per fare la spesa, vorrebbe davvero picchiarlo. E ha paura di se stesso, perché sa che, se ce l’avesse di fronte, ci proverebbe.

Milano è una grande città, piena di cose da fare. Ma devi avere un punto di riferimento da cui partire e a cui tornare, altrimenti mostra l’altra sua faccia: una città dispersiva, abitata da anime sole, un po’ crudele. E molto cara. A Danilo è sembrato che la città tornasse amica, il giorno in cui è arrivata la smart. Non tanto per la macchina in sé, quanto perché sperava che la rotta si sarebbe invertita: che cosa voleva dire papà, con quel regalo, se non «perdonami, so di avervi fatto del male, proviamo a ricominciare»?. E invece presto ha dovuto rendersi conto che non era così: il messaggio di papà era singolare, non plurale. Voleva dire: «vieni dalla mia parte, lascia tua madre, che non può darti quello che io ti posso dare». Voleva comperarselo in vista della causa di separazione.

Quanti giorni ci vogliono per distruggere un tempio? E davvero si può ricostruire in tre giorni? Danilo pensa di no, la smart gli ha aperto gli occhi. Perciò decide di rimanere a presidiare i ruderi, ciò che è rimasto dalla distruzione. Ha convinto la mamma ad affittare un posto letto ad uno studente. Ha trovato un lavoro in un pub: tre sere a settimana fino alle 3 del mattino. È dura per uno che si è iscritto a una facoltà difficile come ingegneria e che deve frequentare. Intanto si tira avanti, nella speranza che la mamma trovi un posto di lavoro e smetta di piangere.

Per fortuna ci sono gli amici. Per fortuna c’è la ragazza che quant’è bella! Non possono sostituire il padre, ma almeno si ricomincia da tre.