Claudio Baglioni – Qui Dio non c’è

Claudio Baglioni – Qui Dio non c’è

1985. ‘La vita è adesso’. L’album più venduto nella storia della musica italiana. L’apice del successo nella carriera di Claudio Baglioni. Confermato dalle folle oceaniche presenti ai suoi innovativi concerti negli stadi. Poi l’inciampo. Gli strani fischi del 1988 al concerto per Amnesty International a Torino. La separazione dalla moglie (e dal figlio) nel 1989. Tamburi lontani. La lontananza dal palco prolungatasi per mesi. Il nuovo disco che tarda ad uscire. L’incidente automobilistico. Caso o necessità, è tempo di bruciare il passato. Di andare oltre. E ‘Oltre’ sarà il nuovo titolo scelto per l’album della svolta – quello vecchio, ‘Un mondo uomo sotto un cielo mago’, resterà solo come sottotitolo. Siamo a Novembre del 1990. Ennio Morricone ed Enzo Biagi scrivono parole lusinghiere sul lavoro di Baglioni, dando inizio ad un conflitto delle interpretazioni sull’essere (o il non essere) l’album un capolavoro musicale e letterario.

Sicuramente un concept album introspettivo, intimista, i cui testi appaiono non suddivisi per brani ma sottoforma di lungo flusso di coscienza, a rappresentare il racconto autobiografico di un uomo di questo mondo in cerca del permesso di essere se stesso. Un uomo che viene dal mare e che corre dove non fu mai. Un uomo che ha il sogno di volare solitario dove soltanto il falco va. Un uomo che va, scalpitando, verso la piana dei cavalli bradi. Cacciatore di stelle, per salire più su (là dove solo c’è verità), per risalire lassù (dove un sogno è ancora libero). Mare e cielo. Biblicamente, le acque di sotto e le acque di sopra. Navigando il mare, navigando il cielo, dunque, sarà il gerundio categorico del cantautore romano.

Ma Claudio non è più ‘Cucaio’. Non è più l’infante di un tempo. Sa che non si può più vivere benedetti come gli animali senza avere regole. Sa che non si può più vivere come un innamorato pronto a non vedere mai chi soffre e chi muore e che non ha dubbi tanto è lontano. Sa che non ci si può più illudere di essere tra le stelle di stelle: il mago, l’angelo immortale. Al riparo dalla realtà. Perché, purtroppo, nelle strade ci si perde. Perché si può navigare alla deriva. Naufragare. E le domande di un bambino ormai naufrago diventano quelle di un adulto: chi ha ingannato il cielo ad Ustica, chi ha imbiancato Medellin, chi ha negato già Timishoara, chi ha insozzato il vento a Chernobyl, chi ha assetato Napoli, chi ha schiacciato i cuori dell’Heysel… I grandi, però, hanno spesso mille aghi nella mente  e niente mai risposte. Tienanmen, Tieniamente – sussurra Baglioni sopra le morbide note di un piano. Tieni a mente: il duemila ha perso la sua Buona Novella, questo mondo è un’immensa sala in cui aspettiamo, noi che mai finimmo di aspettare. Tutti nel buio della terra aspettano.

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Claudio, infatti, vede una città cresciuta tra “nebbiosi formicai di case” e “fango di vie foruncolose”, con “luci bugiarde di reclame” e “facce piovose di murales”, dove si sentono solo “raschi di lama sotto il tram” ed un odore di “puzzo bruciato di città”. Gli esseri umani che la abitano sono dei “Cristi e Marie senza pietà”, “bavose anime sperdute, brillocca umanità di bar”, persa in una “notte di braccia siringate”, per “strade di disperato crack”, tra “voci stonate di viados”. Egli stesso vive queste “pagine di libro da voltare con meccanico dolore, senza aver capito tutto, senza rammentare”, pur riconoscendo che “ho vissuto giorni opachi, come gli ubriachi usano i lampioni per sorreggersi, non per illuminarsi, fine delle trasmissioni e andavo a letto, e un panno umido sul petto, di tristezza in me”.

Ma in un mondo in cui gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce e chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte, dov’è questo Dio che amerebbe il mondo? E che avrebbe inviato, donandolo, il proprio unico figlio per salvarlo? No, “qui Dio non c’è” – canta ripetutamente il coro. “Quante volte io rinnegato lo cercai e non mi ha cercato mai quel Dio, e volevo solo un segno” – sospira Claudio. “Quante volte io rinnegato lo cercai e non mi ha cercato mai quel Dio”. No, “Dio non c’è”. “Qui Dio non c’è”…

Eppure “un po’ d’aria per campare, si respira anche dalle ferite”. Eppure la luce è venuta nel mondo e chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate. Per questo Baglioni accoglie la preghiera del vucumprà: Sfamatemi e liberatemi, ridatemi le mani e l’anima, sfamatemi e dissetatemi, lasciatemi le mani e l’anima. Per questo non vuole che la signora delle notti oscure sia l’agnello messo sull’altare del mio villaggio di fumo, un tatuaggio su questo petto di selvaggio, un flipper preso per i fianchi. E’ vero che “il mondo è così” ed “è lui che ci si fa”, ma è altrettanto possibile affermare “no, il tuo mondo te lo fai”. A metà della speranza, si può sempre ripartire nuovamente per portare sopra un carro elemosine di cielo, per desiderare che crescesse acqua dalla luna. Perché “il cielo è come un vecchio pazzo con un violino aspide…”.

Ed allora, al Dio “che dormì nelle montagne, nelle piante respirò, che sognò con gli animali, e con l’uomo si destò”, a questo Dio, che forse in noi esiste, si può anche confessare infine: “se non mi fosse andato mai di bere avrei imparato a farlo, e allora Dio bevi con me, insieme a me”. Solo a questo punto il violino che caratterizza musicalmente il brano può sciogliersi in un finale entusiasmante: non certo come ‘trillo del diavolo’, bensì come simbolo delle sofferenze vissute, delle fughe sperimentate, della salvezza invocata, della pace raggiunta…