Fëdor Dostoevskij – La leggenda del grande inquisitore

‘I Fratelli Karamazov’. Parte II, libro V, paragrafo V. Due ventenni, l’intelligente Ivan e lo spirituale Aleksej sono a tavola insieme, in trattoria. Una strana cena, nella quale faranno la loro prima vera conoscenza da quando sono bambini, per poi, nelle intenzioni di Ivan, dirsi addio. Quest’ultimo ha già confessato il proprio rifiuto, nonostante qualsivoglia redenzione finale, verso il mondo architettato da Dio, a causa dell’impossibilità di riscattare (senza vendetta, ossia perdonando) le tremende sofferenze provate dai piccoli innocenti vittime di un’umanità “raffinatamente [e] artisticamente crudele”, provvista quasi di “una passione per torturare i bambini”.

E’ a questo punto che Ivan risponderà alla domanda posta a se stesso – “esiste forse in tutto l’universo un essere che avrebbe la possibilità e il diritto di perdonare?” – con un poema fin da subito considerato tra i capolavori della letteratura occidentale: ‘La leggenda del Grande Inquisitore’.

In realtà, “un’esaltazione di Gesù…” – esclamerà alla fine Aleksej. Nella Spagna del XVI secolo infatti, quella degli autodafé della seconda Inquisizione, “Lui” ha “il desiderio di visitare almeno per un istante” il popolo di Siviglia sofferente ed implorante. Viene riconosciuto, tutti lo seguono, “in silenzio”. Sorride lieve, risana un cieco, resuscita una bimba. Ma, in un “mortale silenzio” di massa, verrà arrestato dal ‘grande inquisitore’, accigliato e pieno di rancore per l’accaduto: “perché sei venuto a disturbarci? – domanderà più volte il cardinale novantenne al prigioniero durante il monologo notturno tenuto nella sua cella. E proprio in quella notte, tra “delirio” e “allucinazione”, il vecchio esprimerà finalmente “tutto ciò che in novant’anni si è accumulato dentro [e] ha sempre taciuto”, rivendicando a sé la pietà paradossale di aver donato la vera felicità a milioni di esseri umani, “mentre con le proprie mani essi han recato a noi la loro libertà”; accusando “Lui”, invece, di aver voluto impietosamente rendere liberi degli uomini che desiderano, da sempre, tutt’altro.

Ciò, nonostante i “preavvisi” e gli “ammonimenti” ricevuti dallo “spirito dell’autodistruzione”, “lui” che nel deserto gli pose le tre “domande” – denominate poi “tentazioni” – costituenti un vero e proprio “miracolo” per la capacità profetica di predire “la storia avvenire del mondo e dell’umanità”. Innanzitutto, la tentazione di barattare la “libertà di scelta” – apparentemente riservata a pochi “eletti”, “grandi” e “forti”, perché provoca “tormenti”, “timore e spavento” nei tantissimi “deboli” – con il “pane terreno”; il “libero arbitrio” con un “fine” che “rende tranquille le coscienze”. Donati da colui davanti al quale (dio o idolo che sia) l’umanità intera ha sempre ansia di genuflettersi, non sapendo “fare le giuste parti” per sfamarsi e preferendo in alternativa l’”annichilarsi” e la “morte”.

In secondo luogo, quella  tentazione del “miracolo” – da “Lui” rifiutata sia in cima al Tempio che sulla Croce – emergente “nei momenti tremendi della vita”, quando “l’uomo va in cerca dei miracoli”, a tal punto da fabbricarsene di “nuovi” (fosse anche un “ribelle, eretico, ateo”). Infine, la tentazione dell’“autorità” – essere dei “Cesari” –, al fine di garantire “la pace a tutti”, l’“unione universale”, l’“universale felicità degli uomini”, per evitare lo “sterminarsi” reciproco e “l’antorpofagia”. Di fronte a questa sapienza, antica come il mondo, “Lui” nulla dirà, lo ascolterà “col penetrante sguardo”, lo guarderà con “dolci occhi”, infine lo bacerà, sulle labbra. Ottenendo in tal modo la libertà. A patto, però, di “non venire più…non venire più, a nessun costo…mai, mai più!” a disturbare…