Fabrizio De André – Hotel Supramonte

Se scorriamo quella che è ormai considerata la discografia ufficiale di Fabrizio De André, da ‘Volume I’ ad ‘Anime Salve’, possiamo notare come tutte le canzoni vengano racchiuse dall’abbraccio di un’unica, grande, preghiera. ‘Preghiera in gennaio’, brano d’apertura del primo album, scritta per chi non ha sorriso. ‘Smisurata preghiera’, brano di chiusura dell’ultimo album, scritta per chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi. Non per dei gigli, dunque, ma per degli annegati, comunque figli di questo mondo.

Ed allora, almeno in questo tempo, domandiamoci che ne sarà di queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite ed ai bordi le ha scolpite; cosa avverrà di loro nei paesi di domani. Anime salve? Forse. Ma chi può dirlo? Soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio. Sempre che abbia compreso quale sia la statura di Dio. Quella di un nano. Quella di un Tu di altri mondi in cui nascono fiori che non abbiamo. Fiori di cui nulla sappiamo, ma le cui radici indoviniamo: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Metamorfosi. Trasfigurazione. Come quella sperimentata nel 1979 da Fabrizio De André e Dori Ghezzi e cantata nel 1981 in ‘Hotel Supramonte’.

Canzone frutto dei ricordi incrociati di due esperienze diverse vissute dagli autori. I ricordi di Massimo Bubola, relativi ad un amore consumatosi presso l’Hotel ‘Miralago’ di Alleghe (da cui il primo titolo ‘Hotel Miramonti’), e quelli dello ‘chansonnier’ genovese riguardanti il sequestro subito. Prigionieri entrambi: di un amore perduto, di una storia sbagliata. La storia di un fiore non appassito a Natale.

I (non ancora) coniugi De André vengono infatti rapiti il 27 agosto del 1979 e rilasciati sulla soglia del Natale dopo il pagamento di un cospicuo riscatto da parte del padre di Fabrizio. Passano quei mesi di prigionia in quattro metri quadrati, alle pendici del monte Lerno, presso Pattada. In quel buco, “una donna in fiamme” per la “paura” ed un “uomo solo” si scambiano “scuse, accuse e scuse senza ritorno”. Quello che è vero “di notte” diventa falso “di giorno”. Il tempo è tutto tranne che “un signore distratto” o “un bambino che dorme”. Scorre lento, divora. Un inferno, insomma. “Dov’è finito il tuo amore”? “Dov’è finito il tuo cuore”? – è la domanda che ritorna ossessiva.

E’ finito sulla croce. In croce. Difficile, per dirla con Calvino, “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”. Eppure, se “guardi il cielo” – canta De André – “passerà anche questa stazione senza far male”. Come in ogni Via della croce che si rispetti, “passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”. Ecco infatti che in quella solitudine, nonostante l’isolamento, accade il miracolo: ora “grazie al cielo ho una bocca per bere, e non è facile”. Il buco si trasforma in “Hotel”, il corpo affamato e assetato diviene bianco candido e si addolcisce (“ho visto la neve sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete”), il domani sarà “un giorno lungo e senza parole”, “un giorno incerto di nuvole e sole”. Sì, perché la trasfigurazione non è solo un volto che splende come il sole e vesti bianche candide come la luce, ma anche una nube che spaventa e fa balbettare…

Perciò si discende dal monte con la consegna del silenzio, con un “ordine discreto dentro il cuore”, riguardo ciò che si è visto.  A tal proposito De André confesserà: “ Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità. Tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea, ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza”. Una nuova visione. Che lo spinse a non costituirsi parte civile nei confronti dei rapitori, a visitare in carcere questa gente divisa, ad avallare la richiesta di grazia per uno di essi. Sì, apparvero Mosè ed Elia. Alla legge della giustizia si affiancò la profezia del perdono. E un ultimo “invito” all’Hotel Supramonte…