mortificazione

41. Ci troviamo all’opposto degli eccessi e anche delle aberrazioni esaminati all’inizio del nostro cammino. La penitenza così intesa è e deve restare strumento di pienezza e ricerca di libertà, non repressione di sé, cancellazione del corpo, negazione del piacere fino all’auto-annullamento, rinuncia alla propria natura… Certo: siamo consapevoli di non essere in grado di ottenere il risultato di un «ritorno alle origini» col solo sforzo personale; ma proprio questo è forse il contenuto più vero dell’ascesi cristiana: fare il massimo dell’umano accettandone il limite in se stessi.

36. È interessante l’ulteriore lettura che della penitenza compie il teologo ortodosso greco Christos Yannaras: «L’ascesi non è un atto individuale meritorio, un risultato della coerenza nell’osservanza di un qualche codice oggettivo di comportamento… Non si limita neppure alla “mortificazione” del corpo trasformandola in un fine in sé, quasi dovesse la disprezzata materia obbedire disciplinatamente agli ordini di uno “spirito” superiore. L’ascesi cristiana è innanzitutto un evento ecclesiale e non individuale».

35. «Terra»: cioè sepolcro, morte da cui risorgere. «Mortificazione», ovvero uccisione dell’«idolatria»… Ben più ricco e «pasquale» è dunque il senso della penitenza, rispetto al solito manicheismo dualista corpo/anima, male/bene. E in questa accezione può essere persino recuperata l’idea dell’ascesi come scalata verso la perfezione spirituale: basta che non lo si intenda quale assurda misurazione empirica della virtù, quanto come il ristabilimento nella pienezza della propria vocazione umana originaria.

23. Nell’Enciclopedia Cattolica, sorta di «summa» della cultura ecclesiastica edita nel secondo dopoguerra (non troppo lontano da noi, dunque), si legge persino: «Alla domanda se la perfezione cristiana possa esigere anche la mortificazione dei cosiddetti “valori umani” più alti, quali l’arte, la scienza, l’indipendenza personale, la vita civile, la risposta non può che essere affermativa… In tali casi l’anima può manifestare praticamente che ama Dio al di sopra di tutte le cose».

21. Esiste dunque un sadismo «sacro»? Indubbiamente sì, e anch’esso andrebbe forse indagato con le categorie psicoanalitiche che si applicano alla sua versione laica. Il Settecento fu maestro in tali introversioni: secondo alcuni maestri spirituali, ad esempio, il grado più alto della mortificazione consisteva nell’«abbracciare volontariamente per amore di Dio le cose contrarie ai propri gusti, rinunziare a piaceri anche leciti, gustarli come se non si gustassero, con una rinunzia interiore per rendersi più simili a Cristo vittima».

20. Ma occorre guardarsi anche dalla perversione opposta, così ben rappresentata da secoli di ascetica cattolica: quella secondo la quale Dio «gode» (nel senso che viene glorificato) della sofferenza dei suoi eletti. La penitenza «attira le grazie da parte di Dio», la mortificazione «rende propizio il Signore alle anime»; «L’amore della croce – così un manuale pre-Vaticano II ­– consiste nel preferire il sacrificio piuttosto che il piacere, per poter dimostrare così in modo più efficace il proprio amore a Dio»…

11. D’altra parte esiste pure una scuola esattamente contraria, ovvero quella per cui l’ascesi corrisponde alla mortificazione, ossia all’abbassamento e all’umiliazione fino a toccare l’annullamento di se stessi: che sarebbe appunto il risultato massimo della penitenza cristiana. «Mortificare» infatti significa portare a morte alcuni caratteri propri del vivente: per esempio i sensi (mortificare lo sguardo) o i pensieri (mortificare la fantasia). Più l’uomo si cancella nella volontà o nei desideri personali, anche buoni, più Dio lo potrà usare come docile strumento.