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32. Perché è sempre «da Dio» che discende la liberazione, la grazia, il merito; non dai nostri volonterosi sforzi. Immaginiamoci allora l’ascesi come la «demo» di un giochino elettronico o un «promo» di un film di prossima uscita: ambedue i prodotti sono pensati per dare l’idea del risultato finale, tuttavia non possono (né vogliono) svelarlo del tutto. Noi possiamo figurarci più o meno bene l’esito del prodotto completo, però lo «spettacolo» si potrà godere soltanto quando e nei modi in cui avverrà la rivelazione definitiva predisposta dal «regista».

30. Sì, l’ascesi deriva da Dio: non dunque un movimento di volontaristica ascesa occorre immaginarsi, bensì una discesa di grazia dall’alto. Solo con un intervento del genere, d’altronde, è lecito sperare nell’efficacia degli sforzi umani. L’«armatura divina» di cui parla Paolo è l’unico strumento che potrebbe ricostituire lo stato di perfezione anche corporea perduto dall’uomo nell’Eden: quando non c’era necessità di nutrirsi (digiuno), quando non esisteva dolore (cilicio), quando ogni desiderio era colmato prima ancora di esprimersi (rinuncia).

23. Nell’Enciclopedia Cattolica, sorta di «summa» della cultura ecclesiastica edita nel secondo dopoguerra (non troppo lontano da noi, dunque), si legge persino: «Alla domanda se la perfezione cristiana possa esigere anche la mortificazione dei cosiddetti “valori umani” più alti, quali l’arte, la scienza, l’indipendenza personale, la vita civile, la risposta non può che essere affermativa… In tali casi l’anima può manifestare praticamente che ama Dio al di sopra di tutte le cose».

13. Da quanto andiamo dicendo, affiora sempre più che il concetto di penitenza (meglio: l’idea inconscia che abbiamo di essa) è un ottimo ambito per saggiare le infinite correnti e versioni in cui il cristianesimo si è diramato nella storia, in una perenne interpretazione del messaggio evangelico: che però, nel momento stesso in cui lo approfondisce, pure rischia di scivolare in un allontanamento da esso. Chi per esempio sarebbe disposto ­­­- oggi – a sottoscrivere con spirito di positiva mortificazione il motto «Dio tutto, io nulla», che pure fu caratteristico di piissime e secolari devozioni? Se non rettamente inteso, lo slogan è del resto ben poco accettabile: sia cristianamente, sia umanamente.

Il video: le mani, i piedi e Dio

DARE CORPO

Le vette di Armando, opere d’arte di Dio

Alessandro: la sete di Dio

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GENTE DI PAROLA
La carne e il corpo

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