digiuno

46. È Pasqua, è finita finalmente la penitenza! Chi ha avuto la pazienza di seguire finora questo «Cilicio digitale» ha certamente capito che non è così. Come non è lecito ridurre l’ascesi all’abbassamento, alla negazione o al discredito di sé, ovvero a una considerazione servile della «materia», così non è possibile confinare il «combattimento spirituale» in un determinato tempo liturgico. L’ascesi dunque continua; ma stavolta nel «nuovo Adamo» risorto ha trovato l’unico senso «cristiano» possibile. Non per la morte, ma per la vita piena.

45. Così pure il silenzio e la «notte oscura» di un’attesa che appare ormai senza più speranza – caratteristiche appunto del Sabato santo – sono parte dell’ascesi pasquale. Perché persino i sacrifici, la rinuncia, il dolore, il digiuno non servono più quando «tutto è compiuto», e sola tra le privazioni possibili resta quella della parola: la quale pure è una forte penitenza per molti… Si rinuncia dunque a dire, a spiegare con mezzi umani, però anche qui nella logica del paradosso cristiano: il silenzio non è mutismo rassegnato ma prepara l’«alleluia» di liberazione.

43. Interessante leggere l’ascesi in questa chiave «vitale», che è poi il contrario di quanto abitualmente si pensa: privarsi del lecito o anche del necessario (ad esempio con il digiuno) rappresenterebbe dunque il rifiuto di sottomettersi ­- almeno parzialmente, almeno per un piccolo tempo – alla logica terrena della pura sopravvivenza («Se non mangi, morirai!») o persino prefigura escatologicamente un futuro in cui non ci sarà più bisogno di nutrirsi per vivere senza fine.

33. In tale prospettiva di recupero dello stato edenico, «divino», della materia, la penitenza acquista un valore positivo e quasi gioioso che ci rammenta l’altro passo evangelico: «Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». (Mt 6, 16-17). Forse non si tratta soltanto di una regola di umiltà, si allude invece alla ricompensa «segreta» di una glorificazione del corpo che è già prefigurata dal lavarsi il volto e profumarsi la testa…

31. L’ascesi non è dunque «mortificazione» del corpo, ma la sua esaltazione massima, il suo ritorno all’origine divina. Se l’ipotesi è vera, si tratta di un capovolgimento di prospettiva carico di conseguenze anche nella pratica; il digiuno, per esempio, rappresenta il tentativo di sottrarsi alla pesantezza delle membra o alla schiavitù della fatica per procurarsi il cibo; l’astinenza rimanda allo stato paradisiaco dell’assenza di passioni ingovernabili; il sacrificio di qualcosa rivela la libertà dell’essere superiori alla necessità… Ma ognuna di queste azioni senza la pretesa di ottenerne il compimento assoluto.

30. Sì, l’ascesi deriva da Dio: non dunque un movimento di volontaristica ascesa occorre immaginarsi, bensì una discesa di grazia dall’alto. Solo con un intervento del genere, d’altronde, è lecito sperare nell’efficacia degli sforzi umani. L’«armatura divina» di cui parla Paolo è l’unico strumento che potrebbe ricostituire lo stato di perfezione anche corporea perduto dall’uomo nell’Eden: quando non c’era necessità di nutrirsi (digiuno), quando non esisteva dolore (cilicio), quando ogni desiderio era colmato prima ancora di esprimersi (rinuncia).

28. La lotta spirituale comporta certamente una parte «penitenziale» ed ascetica: la rinuncia, il digiuno, il sacrificio vi sono compresi, però non più come esercizi aventi valore in sé e tanto meno mortificanti della propria umanità. Al contrario: lo scopo finale del combattimento è un massimo di libertà personale (il distacco dalla cupidigia schiavizzante dei beni e del potere) e di comunione tra uomini (la condivisione invece dell’egoismo). Chiara dunque la differenza con la penitenza soltanto «negativa»: qui è più che mai il fine che giustifica i mezzi.

E se digiunassimo a Expo 2015?

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SPAZIO APERTO

17. Perché invece Cristo si è incarnato, cioè ha negato in essenza – nel suo stesso corpo – la condanna a priori della materia; un’idea cristiana di penitenza non può dunque contemplare la «punizione» della carne! E ciò in netto, radicale contrasto con quanto prescrivevano fino a non molto tempo fa i manuali pii di devozione; prendendo ad esempio da uno del Settecento: il corpo va trattato «come il proprio aperto nemico e stroncato con il lavoro, il digiuno, i cilici e con altre mortificazioni».