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13. Da quanto andiamo dicendo, affiora sempre più che il concetto di penitenza (meglio: l’idea inconscia che abbiamo di essa) è un ottimo ambito per saggiare le infinite correnti e versioni in cui il cristianesimo si è diramato nella storia, in una perenne interpretazione del messaggio evangelico: che però, nel momento stesso in cui lo approfondisce, pure rischia di scivolare in un allontanamento da esso. Chi per esempio sarebbe disposto ­­­- oggi – a sottoscrivere con spirito di positiva mortificazione il motto «Dio tutto, io nulla», che pure fu caratteristico di piissime e secolari devozioni? Se non rettamente inteso, lo slogan è del resto ben poco accettabile: sia cristianamente, sia umanamente.

11. D’altra parte esiste pure una scuola esattamente contraria, ovvero quella per cui l’ascesi corrisponde alla mortificazione, ossia all’abbassamento e all’umiliazione fino a toccare l’annullamento di se stessi: che sarebbe appunto il risultato massimo della penitenza cristiana. «Mortificare» infatti significa portare a morte alcuni caratteri propri del vivente: per esempio i sensi (mortificare lo sguardo) o i pensieri (mortificare la fantasia). Più l’uomo si cancella nella volontà o nei desideri personali, anche buoni, più Dio lo potrà usare come docile strumento.

10. Un’intera corrente – tuttora ben rappresentata – della spiritualità cristiana fa riferimento a questa simbolica: compiere sacrifici o «fioretti», reiterare penitenze serve ad accumulare «meriti» (sic) per «conquistare» (ri-sic) il paradiso. Si tratta di una concezione aritmetica del sacro che è comune ad altre religioni ben lontane dal cattolicesimo, tanto per ricordare quanto nell’uomo sia radicata la necessità di sentirsi «sicuro» della salvezza; tuttavia, senza perciò ricadere nell’opposta svalutazione «luterana» dell’impegno umano per meritare la grazia, non si possono non vedere i punti critici di tale impostazione.

8. Bisogna dunque chiedersi quanto del valore che i cristiani oggi attribuiscono alla rinuncia derivi da tale contesto culturale «laico». Privarsi volontariamente di qualcosa, astenersi, fare sacrifici funzionerebbe cioè come per gli atleti: purifica il corpo e rinforza la mente. Grazie al superamento di progressive difficoltà i muscoli si abituano alla fatica, la volontà viene sostenuta dall’esperienza e insomma di fatto si migliorano le prestazioni e si progredisce verso il risultato; ci si avvicina al record. Ma, quand’anche il fine fosse Dio, è davvero questo lo spirito dell’ascesi evangelica?

6. Tutto questo per dire che il digiuno «non serve a nulla»? No, tutt’altro. Lo scopo di questo viaggio a spizzichi dentro il senso della penitenza cristiana vorrebbe però sin dalle prime puntate contribuire a smentire alcuni luoghi comuni e a mostrare di quante incrostazioni (magari utili e persino sagge ma non sempre necessarie) si è ammantata nei secoli ciò che oggi crediamo sia la nostra fede. Il Vangelo non è un libro penitenziale. Le prime comunità dei nostri correligionari non praticavano flagelli né cilici. E quelli che praticavano le mortificazioni volontarie per «allenare» il corpo e la volontà ad essere più «spirituali» erano semmai i pagani.

5. Secondo vari studiosi, «con Gesù il digiuno è un fatto superato. Infatti, dal I secolo non abbiamo notizie di cristiani che si siano sottoposti volontariamente al digiuno. Le lettere di Paolo non ci spendono sopra una parola». E ancora: «Dalla lettura del Nuovo Testamento si ricava l’impressione che, almeno per le comunità ellenistiche, il problema del digiuno non si sia posto, e che questa pratica, ereditata dal giudaismo, non ha avuto alcuna fortuna nella comunità cristiana ed è assente nella catechesi primitiva». «È evidente che i cristiani del primo secolo consideravano superato il concetto di sacrificio e di opera meritoria attribuito al digiuno, in quanto non occorre più la mortificazione e la penitenza per entrare in rapporto con Dio».

3. Lo sappiamo per certo: i discepoli non fanno penitenze e non digiunano; proprio questo viene loro rinfacciato dai farisei, che invece avevano istituito l’uso di astenersi dal cibo addirittura due giorni la settimana. Ma non per questo vengono lodati da Gesù: «Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?” Gesù disse loro: “Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro?”». (Mc 2,18-19). Cristo sembra rifiutare la penitenza fine a se stessa.

2. Nel Nuovo Testamento la «penitenza» non c’è. O meglio: forse l’unico che la predica è l’ultimo dei profeti veterotestamentari, ovvero Giovanni Battista, ma anche le sue esortazioni sono piuttosto per il ravvedimento e la conversione più che per la penitenza intesa come noi la pensiamo oggi. Nemmeno quando Gesù va nel deserto per 40 giorni si dice che «fa penitenza»; solo che digiunò. E si intende il digiuno ebraico, che era una purificazione fatta prima di incontrare Dio (vedi Mosé sul Sinai) o di iniziare una missione «divina», o ancora in segno di lutto.

1. «Penitenza» viene da «pena». È questa la prima osservazione – filologica, ma non solo – che deriva dalla domanda se ancora oggi sia necessario fare penitenza: con tutti i problemi che già la vita ci riserva… Giova dunque ricordare che la «penitenza» cristiana è stata fin dalle origini collegata al concetto di pena, ovvero a quello di colpa: fare penitenza non significava cioè infliggersi torture gratuite, bensì scontare la giusta pena connessa a un peccato effettivamente commesso. Non è un caso se il verbo «poenitere» appare soltanto nella tarda latinità medievale, quando si codifica la teologia della confessione.