Senza dubbio risorgeremo – Fedor Dostoevskij

Senza dubbio risorgeremo – Fedor Dostoevskij

La risurrezione è un evento che lascia senza parole, al punto che – si dice – il vangelo di Marco non riesce a narrarlo o a conservarne la narrazione se non in forma riassuntiva. Provare a scriverne, ovvero, come nel caso di Dostoevskij, farne la conclusione di un romanzo, del suo ultimo romanzo, potrebbe apparire un azzardo, se non fosse ormai chiaro, con René Girard, che “le conclusioni romanzesche sono necessariamente banali poiché ripetono tutte, letteralmente, la stessa cosa … La riconciliazione tra l’individuo e il mondo, tra l’uomo e il sacro. L’universo molteplice delle passioni si decompone e ritorna alla semplicità … Per situare la riconciliazione in una più esatta prospettiva bisogna considerarla come la riconquista di una possibilità a lungo rifiutata … Le grandi conclusioni romanzesche sono banali, ma non convenzionali. La mancanza di abilità retorica, la goffaggine stessa costituiscono la loro vera bellezza”. Bellezza che non si può non cogliere anche nel finale del film di Terrence Malick ‘The Tree of Life’, di cui suggeriamo la visione accanto al testo dei Fratelli Karamazov cui, semplicemente, lasciamo la parola.

“Come sono contento che siate venuto voi, Karamazov! – esclamò Kolja tendendo la mano ad Alëša – “Qui è terribile. Fa male a guardare … Io so controllarmi, ma questo è davvero terribile … Sapete, Karamazov – soggiunse, abbassando la voce in maniera che gli altri non lo sentissero – “sono molto triste e se solo ci fosse un modo per farlo risuscitare, darei qualunque cosa al mondo!”. “Ah, anch’io”, disse Alëša … Nel frattempo tutti camminavano per un sentierino, quando ad un tratto Smurov esclamò: “Ecco il macigno di Iljuša, dove lo volevano seppellire!”. Tutti si fermarono presso quel macigno, in silenzio. Alëša abbracciò in uno sguardo serio e solenne tutti i cari, luminosi visi di quegli scolaretti, i compagni di Iljuša, e d’un tratto disse loro: “Signori, vorrei dirvi una parola qui, proprio in questo luogo”. I ragazzi gli si fecero attorno e subito rivolsero a lui i loro sguardi attenti e pieni di attesa.

“Signori, presto ci separeremo … Stringiamo un patto qui, presso il macigno di Iljuša: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuša, e poi l’uno dell’altro… E ci ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate? – e poi abbiamo tutti imparato ad amarlo… Sappiate che non c’è nulla di più sublime, di più potente, di più salutare e di più utile per tutta la vita, di un buon ricordo e soprattutto di un ricordo dell’infanzia… Se un uomo porta con sé molti di questi ricordi nella vita, egli sarà salvo fino alla fine dei suoi giorni. E anche se dovesse rimanere un solo buon ricordo nel nostro cuore, anche quello potrebbe servire un giorno per la nostra salvezza. Chissà, potremo anche diventare cattivi un giorno… Tuttavia, per quanto possiamo diventare cattivi – che Dio non voglia! – quando ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto Iljuša, come lo abbiamo amato negli ultimi giorni della sua vita e come, in questo momento, ci siamo parlati da amici, stando tutti insieme presso questo macigno, allora anche il più cattivo fra di noi, anche il più cinico – ammesso che si sia diventati tali – non oserà, dentro di sé, ridere di quanto è stato buono e gentile in questo momento! Anzi, potrebbe accadere che proprio questo ricordo lo distolga da un grande male ed egli potrà riflettere e dire: – Sì, allora ero buono, coraggioso e onesto – ”.

“Sarà sicuramente così, Karamazov, io vi comprendo, Karamazov!”, esclamò Kolja con gli occhi che gli brillavano. I ragazzi si agitarono commossi e volevano dire qualcosa anche loro, ma si trattennero e continuarono a rivolgere i loro sguardi attenti e commossi all’oratore. “Dico questo nel caso deprecabile che diventiamo cattivi”, proseguì Alëša, “ma perché mai dovremmo diventarlo, signori? Per prima cosa, soprattutto, noi saremo buoni, poi onesti e poi non ci dimenticheremo mai l’uno dell’altro. Lo ripeto ancora. Io, per primo, vi do la mia parola che non dimenticherò nessuno di voi; ciascun viso che in questo momento mi sta guardando, lo ricorderò, dovessero passare pure trent’anni… Voi tutti, signori, mi siete cari, per sempre conserverò tutti voi nel mio cuore e vi chiedo di conservare anche me nel vostro! E chi ci ha uniti in questo buono, nobile sentimento – colui che noi ricorderemo e desidereremo ricordare per sempre, per tutta la vita – se non Iljuša, il buon ragazzo, il dolce ragazzo, il ragazzo che sarà caro a noi nei secoli dei secoli? Allora non dimentichiamolo mai, eterna memoria a lui nei nostri cuori da ora e nei secoli dei secoli!”.

“Sì, sì, eterna memoria, eterna memoria”, gridarono all’unisono i ragazzi con le loro vocette squillanti e i volti commossi. “Ricorderemo anche il suo viso, il suo vestitino, e i suoi miseri stivaletti e la sua piccola bara e il suo sciagurato padre, e di come egli insorse coraggiosamente contro tutta la classe in difesa del padre!” . “Ricorderemo, ricorderemo!”, fecero coro ancora una volta i ragazzi. “Era coraggioso, era buono!”. “Ah, quanto gli volevo bene!”, esclamò Kolja. “Ah, figlioletti, cari amici, non abbiate paura della vita! Com’è bella la vita se compi un’azione giusta e buona!”. “Sì, sì”, ripeterono i ragazzi solennemente. “Karamazov, vi vogliamo bene!”, gridò impulsivamente una voce, forse quella di Kartašov. “Vi vogliamo bene, vi vogliamo bene!”, fecero eco anche tutti gli altri. Molti avevano gli occhietti pieni di lacrime. “Urrà per Karamazov!”, proclamò Kolja entusiasta. “Ed eterna memoria al povero ragazzo!”, soggiunse ancora una volta con sentimento Alëša. “Eterna memoria!”, ripeterono i ragazzi.

“Karamazov!”, gridò Kolja. “È vero che la religione dice che noi tutti risorgeremo dai morti e torneremo a vivere e ci rivedremo l’un l’altro, tutti, anche Iljuša?”. “Senza dubbio risorgeremo, senza dubbio ci rivedremo e in gioia e lietezza ci racconteremo l’un l’altro tutto il nostro passato”, rispose Alëša fra sorridente e estasiato. “Ah, come sarà bello!”, sfuggì a Kolja. “Ma adesso basta parlare e andiamo al pranzo funebre. Non siate turbati dal fatto che mangeremo le frittelle. Questa è un’antica, eterna tradizione e c’è del buono in essa!”, disse Alëša ridendo. “Su, andiamo! Andiamoci tutti adesso, mano nella mano!”. “E sarà così per sempre, per tutta la vita, mano nella mano! Urrà per Karamazov!”, gridò Kolja un’altra volta con trasporto, e ancora una volta i ragazzi fecero eco al suo grido”.