La «tomba nuova» del Sabato Santo: un sepolcro in Africa

La «tomba nuova» del Sabato Santo: un sepolcro in Africa

L’hanno deposto in una «tomba nuova». Lo leggiamo ogni anno nei Vangeli della Passione. E quell’aggettivo ci sembra sempre un po’ superfluo: chi mai viene sepolto in una tomba vecchia?

Forse però – in questa Quaresima aperta dal «crocifisso con la tuta arancione» in Libia e che si chiude con le immagini della terribile mattanza degli studenti di Garissa in Kenya – quel «nuovo» cominciamo a comprenderlo in modo diverso. Sì, oggi, nel tempo del ritorno della grande persecuzione, lo vediamo bene: c’è sempre una tomba nuova dove deporre il Maestro. E in questa Pasqua è il sepolcro di una periferia africana, in una città del Kenya ai confini con la Somalia di cui fino a ieri non sapevamo assolutamente nulla.

Secondo la tradizione è il giorno dei sepolcri il Sabato Santo. Proviamo allora quest’anno a riscoprirli come tombe vere, scavate nella roccia dura di questo nostro tempo. Accostiamo i sepolcri delle nostre chiese a quelli dei nuovi martiri. Certo, ci colpisce sempre la frase di Tertulliano sul sangue dei martiri che diventa seme di nuovi cristiani. Una frase che ha dentro tutto il mistero della Pasqua, una grandissima verità. A patto – però – di comprenderla bene: perché dietro non c’è nessun automatismo, nessuna magia; non è neppure il «premio» che Dio dà a chi ha tanto sofferto. Quel seme di cui parla Tertulliano è un seme gettato nella terra; che spetta poi a noi coltivare e far crescere.

Così – in questo Sabato Santo vissuto davanti ai sepolcri nuovi scavati in queste ore in Kenya – proviamo a domandarci: quale Pasqua si sta compiendo nelle tombe nuove dei martiri di oggi? Quale resurrezione proclameremo questa notte per loro? Perché è troppo facile e anche terribilmente illusorio pensare alla Pasqua come al trionfo che cancella la beatitudine più difficile: quella – appunto – dei perseguitati. Ma il corpo del Cristo Risorto porta intatto il segno dei chiodi. E la sua Risurrezione è diventata il prologo delle sofferenze per Stefano e per tutti gli altri dopo di lui.

Dobbiamo scuoterci dall’indifferenza per i cristiani perseguitati, certo. Dobbiamo chiamare con il loro nome i violenti che li uccidono e chiedere giustizia. Dobbiamo invocare da Dio il dono della pace per le loro terre insanguinate. Però il passo più difficile resta un altro: vedere in loro non solo il Calvario, ma anche il sepolcro che può scuotere il mondo il mattino di Pasqua. Vedere nella loro morte l’annuncio di una vita piena che nemmeno la violenza più brutale è in grado di spegnere. L’annuncio che non l’odio ma solo l’amore è in grado di realizzare il Regno sulla Terra.

Sono duemila anni che i cristiani vengono uccisi; e sappiamo bene che domani sarà ancora così. In questa Pasqua nel tempo della grande persecuzione è ora che impariamo a vedere anche dentro a queste «tombe nuove scavate nella roccia» la speranza per il mondo di oggi. Sta a noi custodirla.

 

Nella foto: il sepolcro di suor Olga, suor Lucia e suor Bernardetta, le missionarie saveriane italiane uccise in Burundi nel settembre scorso

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Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito MissiOnLine.org, ha lavorato ad Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora insieme a VaticanInsider e a diverse altre testate. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica "La porta di Jaffa" sul sito www.terrasanta.net.