Rosaria, chiusa nel dolore

Rosaria, chiusa nel dolore

Per una vita di sono voluti bene, poi qualcosa ha chiuso i loro cuori, e un’intera famiglia si è persa.

La casa bianchissima, due piani e seminterrato, che si alzava in mezzo al prato verde sempre ben rasato, era la sintesi della loro vita. Di quando Rosaria e Alberto si erano sposati, poveri – il viaggio di nozze era stato nel paese vicino, 7 Km di distanza – ma belli e soprattutto giovani, e avevano lavorato sodo per costruirsela un po’ per volta, un piano per loro e uno perché non si sa mai in futuro, per i figli che sarebbero arrivati. E infatti uno era arrivato, bello e vivace, amatissimo e coccolato.

Si erano sempre voluti bene, si erano sempre stati fedeli, si erano sempre presi cura l’uno dell’altra ed entrambi della casa, che esprimeva il loro benessere, con i gerani ai balconi (un anno avevano anche vinto il premio Balcone Fiorito, assegnato ogni estate dall’apposita commissione comunale), la marmellata fatta con i fichi dell’albero che cresceva in fondo al prato, l’orticello con l’insalatina e i cavoli che d’inverno gelavano e così diventavano più buoni.

E il bambino, Matteo, era cresciuto sereno, imparando la tenerezza dalla mamma e la severità dal padre. O almeno così sembrava, visto che del papà aveva scelto anche il lavoro ed era diventato meccanico come lui, scoprendo i segreti del mestiere nel lavoro gomito a gomito in officina.

Insomma, sembrava proprio una di quelle storie in cui non succede mai nulla d’imprevisto, e tutto va come deve andare, come è giusto che vada. Matteo si era fidanzato, e con lei era andato a vivere lì, in quel secondo piano che proprio per questo era stato costruito con tanti sacrifici. Ogni pedina sembrava al suo posto, il gioco era facile.

E invece, qualcuno ha cominciato a sbagliare qualche mossa. Quale, è difficile dirlo, perché Rosaria solo il suo punto di vista. Qualche incomprensione con la nuora, che poi nuora non era perché i ragazzi non si erano sposati e forse anche questo aveva il suo peso. Qualche gesto gentile che la nuora non aveva apprezzato, forse considerandolo piuttosto un’ingerenza. Roba da poco, dimenticata con la nascita del nipotino, che per un po’ ha avuto un’efficacia taumaturgica nel ridistendere il clima.

Ma poi le crepe sono tornate evidenti e si sono allargate. La nuora restia a lasciare il bambino con i nonni. Matteo che scalpitava in officina col padre. Ogni giorno un’inezia si sommava ad un’altra inezia e piano piano faceva peso. Non pulisce mai le scale e si rischia di cadere. È passata di corsa col bambino e non mi ha neanche salutato. Avevo bisogno che mi accompagnasse in città, ma lui non ha mai tempo e io non glielo chiedo più…

Cuori che si chiudono, parole che rimangono in essi prigioniere, pensieri che inaridiscono. Forse, a far traboccare il vaso, è stata la richiesta della compagna di Matteo che le venisse intestato l’appartamento del secondo piano, nel quale vivevano. Ma per Rosaria e Alberto quello era un pezzo della loro vita, il risultato di una grande fatica, l’affermazione dell’orgoglio di avere vinto la povertà. Intestarlo a una che non era neanche sposata con il loro figlio no, non si poteva, non si sa mai, non vedi come vanno le cose oggi…

Alla fine, Matteo con la sua famiglia se ne è andato. Poiché è intraprendente e gran lavoratore, in poco tempo è riuscito ad aprire una propria officina, con casa annessa. Nel paese vicino, quello del viaggio di nozze dei genitori.

Rosaria e Alberto non hanno più visto né Matteo, né la sua compagna, né il bambino. Il parroco ha tentato una mediazione, la mamma di lei ha provato a intervenire, qualche amico pure. Ma non c’è stato verso. Il perché, nessuno esattamente sa dirlo. Bisognerebbe leggere dentro quei cuori, dentro quelle vite che non avevano mai fatto male a nessuno e ad un certo punto hanno cominciato a farselo tra loro. Lacrime molte, almeno da parte di Rosaria e Alberto, gesti di riconciliazione pochi, e così incerti da non esserericonosciuti come tali.

Alberto si è ammalato. Pressione alta, diabete, reni… In poco tempo è come crollato, sembrava perdesse un pezzo al giorno. È cominciato il calvario dentro e fuori dagli ospedali, visite, analisi, ricoveri, nuove cure…

Rosaria lo ha assistito come poteva e come sapeva, ma il bisogno di avere accanto Matteo si è fatto più pressante. Ogni tanto gli mandava un sms con un aggiornamento sulla salute di Alberto, o con un allarme. Matteo un paio di volte ha telefonato, ma gli è sembrato sufficiente. Un paio di telefonate. “Se serve vengo” dice lui.” “Sono capace i arrangiarmi”, dice lei offesa da quel “se serve”. Neanche la malattia ha sciolto i cuori, neanche il dolore ha suggerito parole.

Alberto è morto improvvisamente, quando ormai si stava preparando a tornare a casa, dopo l’ennesimo ricovero. Rosaria è rimasta sola. Ma anche Matteo e la sua donna e il bambino sono più soli.

La conversione è anche questo: riaprire la porta del proprio cuore a chi pensiamo ci abbia fatto del male. E non importa se è vero o no, che ci ha fatto del male. Se la porta è aperta, prima o poi l’altro ci entrerà.