Monica, tradita troppe volte

Monica, tradita troppe volte

Faceva parte del gruppo di senza casa che l’anno scorso ha occupato Santa Maria Maggiore. E non ha smesso di lottare, nonostante i tanti tradimenti che ha subìto

Sono entrata in Santa Maria Maggiore, insieme a un amico, mescolandomi ai turisti tedeschi in ciabatte di gomma. Fuori splendeva il sole di Roma – erano i primi di giugno  – e abbiamo dovuto aspettare che i nostri occhi si abituassero alle semioscurità. Non li vedevamo né li sentivamo, nel brusio di fondo, ma sapevamo che c’erano e così abbiamo cominciato ad avanzare verso l’altare, finché abbiamo capito dov’erano: in fondo alla navata sinistra, in un posto poco battuto dai fedeli e dai turisti. In quel momento erano pochi: un paio di anziane signore vestite all’islamica, un vecchio seduto qualche sedia più in là, una mamma con un bambino, due giovani uomini che parlottavano… Potevano sembrare persone stanche che avevano cercato un angolo tranquillo dove riposare un po’, come spesso succede nelle chiese di Roma. Ma c’erano alcuni passeggini abbandonati qua e là, qualche borsa nascosta tra i banchi, una palla dimenticata su una sedia…

Un paio di giorni prima, un gruppo di 100-150 persone aveva occupato la basilica. Erano senza casa, sgomberati dall’edificio che avevano occupato precedentemente e dove per un po’ avevano abitato, nella periferia ovest della capitale. C’erano uomini e donne, bambini e anziani.

Ci siamo avvicinati per parlare con loro, ma ci guardavano impauriti. Un uomo ci ha spiegato che non volevano parlare con noi e che gli altri erano fuori. Così siamo usciti anche noi ed è sul sagrato che abbiamo conosciuto Monica.

Era seduta su uno degli scalini. Piccola, bionda, un viso bello ma segnato, occhi azzurri che sfuggivano all’incontro con i nostri, parlava usando parole essenziali e raschiando l’ultimo orgoglio rimasto dal fondo di se stessa.

Prima ci ha detto che cosa volevano, lei e tutti gli altri: niente assistenza («tanto per noi il Comune non prevede niente e i servizi sociali che cosa possono fare, a parte portarmi via i figli?»), niente carità («a qualcuno di noi è rimasto ancora qualche soldo, e compera qualcosa da mangiare che dividiamo. Poi ci sono degli amici che ci portano ad esempio la colazione la mattina»), niente pietà («io sono capace di lavorare, e questo voglio fare»). Ma una casa sì, perché se non hai la casa non sai dove rifugiarti, non puoi mandare a scuola i figli e non sai dove lasciarli quando non ci sei, non puoi andare al lavoro… E soprattutto non puoi stare insieme, tu e i tuoi figli, che poi è questa la cosa più importante. «Ci siamo rimasti solo noi».

La croce Monica la porta da anni, e non capisci come ha fatto, con quel corpo minuto e quell’apparenza fragile. La porta forse già da quando viveva con la sua famiglia, ma sicuramente da quando l’ha lasciata, per seguire il suo uomo in America e scoprire poi che non era come lo pensava. Oggi Monica dice: «ho 44 anni e cinque figli», ma in realtà sono quattro perché l’ultimo glielo ha ucciso lui, in un momento in cui era ubriaco.

Allora lei ha preso i figli ed è tornata in Italia, ma la croce è rimasta pesante. Non c’era una famiglia ad accoglierla e a sostenerla, ha dovuto arrangiarsi e non è stato facile. Dopo l’uomo che le ha ucciso il figlio i traditori sono stati tanti, a partire dai datori di lavoro che le davano cinquecento euro al mese in nero per otto ore al giorno («almeno si poteva mangiare, ma non certo pagare un affitto»), e quei farabutti che le hanno rubato i due cagnolini con cui i suoi figli giocavano e si consolavano («e meno male che almeno uno l’abbiamo ritrovato»). Hanno tirato avanti una vita tra case occupate, sgomberi, cambi di quartiere. Impossibile mettere radici, impossibile buttare l’ancora.

Con questo gruppo che si è rifugiato tra le colonne e gli affreschi, però, c’è una forte solidarietà: «siamo una grande famiglia», dice. «Ci siamo divisi gli spazi nelle case che occupavamo, in base al numero dei componenti dei vari nuclei. Abbiamo diviso cibo, lacrime, speranze». Italiani e stranieri, uomini e donne. Bambini che sono un po’ figli di tutti. La vecchia che non riesce più a camminare perché avrebbe bisogno di un’operazione alle ginocchia. La donna che vuole tanto un figlio, ma ha avuto sei aborti spontanei, l’ultimo nella casa occupata da cui sono stati sloggiati l’altro giorno.

Hanno diviso il peso della croce e si sono aiutati a salvare la loro dignità. Quella grazie alla quale resistono qui, dormendo dove possono, svegliando i bambini alle 5.30 del mattino, perché bisogna mettere a posto tutto prima che la Basilica apra e portandoli a giocare un po’ più in là, perché non disturbino; pulendo quel che è possibile pulire, e nascondendo di giorno coperte e bagagli; ringraziando Padre Angelo che fornisce coperte e acqua; mangiando fuori, uscendo a turno nel piazzale, perché questa è pur sempre una Chiesa e va rispettata.

Siamo sedute a fianco e Monica guarda sempre davanti a sé, quindi non posso vederla negli occhi, ma so che c’è una lacrima che vorrebbe scendere perché sento che la voce si incrina, quando dice: «adesso non sappiamo cosa succederà, dove andremo. Questa città è piena di case e di edifici abbandonati, ma non ce n’è nessuna per noi. Speriamo almeno che non ci dividano». Resto seduta accanto a lei e come lei guardo davanti a me, stupidamente. Io vedo l’obelisco che gronda di turisti che si fanno i selfie, i venditori ambulanti che vendono sciarpe fintoorientali; i gabbiani che scacciano i piccioni per prendersi le briciole. Lei chissà cosa vede. Ma la lacrima non è scesa.

Nella foto: giochi di luce sulle colonne interne della basilica di Santa Maria Maggiore