«L’uomo dell’istante» secondo Kierkegaard

«L’uomo dell’istante» secondo Kierkegaard

Nell’immaginario dello studente attuale, se Nietzsche resta il principe dei critici della religione, Kierkegaard – quando viene trattato in classe… – appare come il grande combattente per un pensiero cristiano rinnovato. Pochi studenti, però, notano o colgono l’importanza del fatto che ciò che hanno letto sui libri di scuola sono solo le riflessioni filosofiche di Victor Eremita, Johannes de Silentio, Vigilius Haufniensis, Hilarius Bogbinder, Frater Taciturnus, Johannes Climacus e Anti-Climacus. Pseudonimi creati dallo stesso Kierkegaard, teatro delle maschere da lui manovrato, affinché al termine di ogni testo-spettacolo si realizzassero le condizioni di possibilità filosofiche ed esistenziali per la comprensione dei suoi scritti religiosi. Comunicazione indiretta, da umorista, la prima; e scritta, come egli ricorda, con la mano sinistra. Comunicazione diretta, la seconda, e consegnata al pubblico con la sua firma; apposta, invece, con la mano destra. Opera filosofica anch’essa, ma purtroppo spesso assente dai manuali scolastici.

Filosofo o teologo, in realtà Kierkegaard ha sempre avuto chiara – e chiarito – la sua attività di scrittore, il suo essere uno sforzo contemporaneo nella letteratura danese. Questo intenso percorso di scrittura lo porterà nell’arco di neanche un decennio (1843-1851) a comporre tutta la sua opera. Poi, nel 1855, dopo alcuni anni di silenzio, deciderà di passare dalla “neutralità armata” all’“attacco” verso le mistificazioni religiose dell’epoca, pubblicando a sue spese una rivista intitolata L’istante. Il momento. L’ora. E non poteva essere altrimenti per il pensatore della decisione, dell’eterno nel tempo, del dovere di farsi contemporanei a Cristo.

Nel primo numero, datato 24 maggio 1855, è significativa l’immagine utilizzata per rappresentare la (infinita) differenza qualitativa tra il “porre qualcosa di decisivo” nell’esistenza personale e comunitaria e il “fino ad un certo punto” visto come la malattia dell’epoca:

L’obiezione che ho avanzato contro l’ordine stabilito è decisiva. Se ora qualcuno mi dicesse: – L’obiezione è però decisiva in modo terribile -, gli potrei rispondere con le parole di uno dei miei pseudonimi: quando la grande porta della cittadella dell’interiorità è rimasta chiusa per molto tempo e finalmente viene aperta, non si muove senza rumore, come fosse una porticina che scivola sui suoi cardini… Quando poi il male della nostra epoca è proprio questo ‘fino ad un certo punto’, questo accondiscendere a tutto fino ad un certo punto, quando questa è appunto la malattia, allora si deve soprattutto prestare attenzione affinché, entro i limiti del possibile, anche sul porre qualcosa di decisivo non si accondiscenda ‘fino ad un certo punto’, col che tutto sarebbe perduto. No, qualcosa di decisivo lo si pone diversamente da come si pongono tutte le altre cose. Come il salto dell’animale predatore sulla sua preda, come la picchiata dell’aquila nella sua discesa, così è il porre qualcosa di decisivo: improvviso e concentrato su un solo punto (in modo intensivo). E come l’animale da preda unisce in sé abilità e forza, e in un primo tempo sta astutamente del tutto immobile – come nessun animale domestico può fare – per poi raccogliersi tutto in un solo balzo o in una picchiata – come nessun animale domestico può raccogliersi o alzarsi in un balzo: ecco, così si pone qualcosa di decisivo. Prima immobile – così immobile come l’aria non è mai stata in un giorno di calma, così immobile come l’aria è solo prima del tuono – e allora si scatena. Così si pone qualcosa di decisivo”.

Nel decimo numero, pronto per la stampa ai primi di Ottobre dello stesso anno ma mai pubblicato, si sarebbe letto:

L’istante è quando c’è l’uomo, l’uomo che ci vuole, l’uomo dell’istante. Questo è un segreto che sarà nascosto in eterno a tutta la sapienza mondana, a tutto ciò che è solo fino ad un certo punto. La sapienza mondana osserva e ancora osserva avvenimenti e circostanze, calcola e ancora calcola, credendo di poter ottenere l’istante per distillazione dalle circostanze, poi di poter essa stessa diventare un potere grazie all’istante, questa irruzione dell’eterno, di venir ringiovanita, cosa di cui ha altamente bisogno, grazie a questo novum. Ma invano… Nel caso non entrino in gioco altro che la sapienza mondana e la mediocrità, allora l’istante non avviene mai. Tutto può continuare per 100.000 e milioni di anni, sempre lo stesso: sembra quasi che debba arrivare fra poco; ma finché c’è solo sapienza mondana e mediocrità l’istante non arriva. Ma quando arriva l’uomo che ci vuole, sì, allora è l’istante… Solo quando c’è l’uomo e quando questi rischia così come deve rischiare (proprio quello che la sapienza mondana e la mediocrità vogliono evitare), allora è l’istante – e le circostanze obbediscono all’uomo dell’istante… Perché l’istante è proprio quello che non sta nelle circostanze, è il nuovo, l’impronta dell’eternità – ma nello stesso istante esso controlla talmente le circostanze da far credere (tutto essendo congegnato in modo da ingannare la sapienza mondana e la mediocrità) che l’istante sia emerso dalle circostanze… Perché l’istante – direbbe un pagano – è il dono del cielo per chi è fortunato e audace, mentre un cristiano dice: per chi crede.”

Il 2 Ottobre 1855, Soren Kierkegaard si accascia al suolo, per strada. Viene ricoverato in ospedale dove muore il giorno 11 novembre. Non invano. È ormai da tempo certificato, infatti, quanto colui che rinunciò al matrimonio ed alla carriera di pastore per la sequela di Cristo – quel singolo chicco di grano – abbia fruttificato nel ritrovamento di sé operato dal cristianesimo nell’ultimo secolo…