L’anagramma della parola croce…

L’anagramma della parola croce…

Mi accorgo che spesso l’atteggiamento con cui mi avvicino alla Parola è quello di cercare risposte. Le domande ce le facciamo noi, la risposta la attendiamo. C’è una sorta di soddisfazione quando nella Parola troviamo quel pezzo di puzzle che si incastra perfettamente con il nostro interrogativo iniziale.
E se capitasse, invece, che il Vangelo fosse fatto non solo e non sempre per dare risposte, quanto piuttosto per suscitare domande? La cosa sarebbe un po’ più scomoda e certamente meno tranquillizzante.

Perché di fronte al grande tema della croce – della sofferenza fino anche alla morte – diciamoci la verità: di risposte ce n’è poche e ben confuse. Piuttosto si moltiplicano gli interrogativi. “Di risposte non ne ho mai avute e mai ne avrò, di domande ne ho quante ne vuoi”, cantava Max Pezzali. Tra le più comuni: perché soffrire? Che senso ha la croce? Serve proprio tutto questo dolore? E si potrebbe proseguire a oltranza.

Ciò che posso solo dire è che forse ci sono due tipi di croce: “E dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso” (Mc 15,15). C’è una croce che va vissuta, accettata e attraversata, costitutiva della nostra vita. Ognuno la sua, e Gesù dice a ciascuno di prendere con sé la propria (Mt 16,24). È una croce che rimane piena di domande e illogicità. Che si vorrebbe estirpare, senza però riuscirci.

C’è però anche una croce che va evitata con tutte le proprie forze: la croce che ci auto-infliggiamo, il male che facciamo più o meno di proposito a noi stessi, le punizioni che diciamo di meritarci. Se scrivo croce in grande su un foglio e la anagrammo posso comporre la parola “cerco”. A volte la croce me la cerco, quasi con il gusto di auto-sabotarmi: “Poiché egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla” (Sal 35). Un buon esercizio spirituale potrebbe essere cominciare a chiedersi: quali tra le croci che sento essere presenti nella mia vita sono in realtà frutto di autopunizioni? Perché queste le posso ridurre, e se imparo a farlo la mia vita prende ossigeno e quota.

Tornando al primo tipo di croce, spesso ciò che resta da fare è osservare Gesù, perché il dolore può essere portato. Con fatica certo, ma scansarlo a tutti i costi talvolta non è proprio possibile. Scrivo di nuovo croce su un foglio e mi accorgo che anagrammando trovo una nuova parola: “rocce”. Attraversare la croce può portare al vero miracolo, che è un bel salto in avanti: divenire più forti, “rocce” per se stessi e per gli altri.

Cristiano Vanin