Cercoanchio: il pezzo di Barabba che ci portiamo dentro

Bel testo il monologo su Barabba, ricco di ambiguità. Così come ricca di ambiguità, di sfumature di senso è la vita.

“Su quella croce ci dovevo finire io”. Lo si può dire con sollievo, “l’ho scansata”. Allo stesso modo diremmo “se quell’impegno non mi avesse  fatto perdere tempo, mi sarei trovato a passare proprio quando quel vaso cadeva dal balcone”.

Ma forse si percepiscono scherno, soddisfazione: “l’ho fatta franca, non ho fatto la fine di quel povero ingenuo”, oppure, peggio, “sono riuscito a fregarlo”.

“Su quella croce ci dovevo finire io”. Lo si può dire con rimpianto. “Sarebbe stata una bella uscita di scena”. Si arriva a pensarlo quando ci si accorge che c’è un castello di carta che ci siamo costruiti e che il castello sta per caderci addosso.

“Su quella croce ci dovevo finire io”. Lo si può dire con un rigurgito di coscienza. Osservando che sulla croce è finito il solo Giusto.

Ma andiamoci piano con la coscienza. C’è quella vena di cinismo che ci porta a pensare “ma chi glielo ha fatto fare?”. C’è una vena di disincanto, di scetticismo che ci porta a sospettare di interessi, di secondi fini.

Certo Lui è escluso. Il nostro Barabba lo aveva conosciuto e sapeva che era “un uomo probo”. E noi oggi siamo fin troppo educati, sappiamo che non sta bene dileggiare la religione (giustamente, beninteso!). Ma sui Suoi, che sono i nostri fratelli, può partire il tiro al piccione. Se tutto va bene pietre non se ne lanciano, è più frequente lo screditare, insinuare, guardare con sufficienza.

Con un pizzico di inquietudine scopro che tutti ci portiamo dentro un pezzo di questo Barabba.

Lorenzo Pisani

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