Le vette di Armando, opere d’arte di Dio

Il sestogradista trentino  Aste, quasi novantenne,  racconta la sua vera conquista.

“Quando sarà giunta la mia ora e mi presenterò davanti a Dio Padre penso che non mi chiederà quante scalate ho fatto durante il tempo che mi è stato concesso. Ma vorrà sapere, anche se Lui lo sa già, se ho amato veramente, se ho fatto concretamente qualcosa per quelli meno fortunati di me”.

Dalla vicina vetta dei 90 anni (ne ha compiuto 89 il 6 gennaio), l’alpinista roveretano Armando Aste guarda avanti, non indietro. Anche se nella sua casa-museo dalle immagini in bianconero verrebbe naturale fermarsi sulle vette conquistate in una carriera strepitosa, farsi svelare i retroscena della prima vittoria italiana sulla nord dell’Eiger nel 1962  o i dialoghi di amicizia con altri grandi alpinisti laici come Walter Bonatti e Cesare Maestri.

“Il passato è passato, quello che ho scelto di raccontare nei miei libri sono valori più importanti dei risultati alpinistici”. Basta rileggersi il capolavoro “Pilastri del cielo” (quattro edizioni) per capire come il buon Armando “cuore di roccia” (titolo del suo primo libro) abbia sempre vissuto la sfida verticale come un dono di Dio, non un successo personale. Un dono da raccontare, da far gustare agli altri. Anche davanti ad imprese sportive oggi impensabili con i mezzi di allora – come la “prima” sulla parete nord della Ovest di Lavaredo – – Armando sposta l’attenzione sui riflessi umani dell’impresa.

“Vedo nella bellezza delle montagne – taglia corto, come avessi distillato il meglio della lunga esperienza – uno strumento per poter raccontare l’amore di Dio”. Uno strumento relativo, tanto che per  23 anni della sua vita ha scelto di ritirarsi dal mondo alpinistico per dedicarsi all’assistenza quotidiana del fratello disabile: “Il mio posto non può non essere qui, accanto a lui”, ci diceva allora.

Negli ultimi anni Armando ha ripreso a partecipare a qualche Festival, rende la sua testimonianza in qualche incontro con gruppi di ragazzi e giovani. Nonostante gli acciacchi dell’età, legge molto, si tiene informato per poter formare. “Credo che tutti noi dobbiamo essere trasmettitori della fede ricevuta dai nostri nonni, quelli che ci hanno dato le radici a cui siamo rimasti attaccati. Mi sento un po’ un catechista, tutti dobbiamo sentirci annunciatori”.

Fin dal titolo il suo recente volume “Nella luce dei monti” (edizioni Nuovi Sentieri) dichiara l’intenzione di offrire pensieri spirituali: “Mi rifaccio al salmo: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” perché sono convinto che l’esperienza della montagna, della trasfigurazione, ci offre luce per la nostra vita. E mi sento in dovere di farlo in un mondo ormai secolarizzato, dove talvolta anche gli stessi credenti si vergognano della loro fede”.

La conversazione durerebbe a lungo, ma Armando rinvia al prossimo libro: “Lo sto scrivendo…se il buon Dio mi lascia portarlo a termine” e anticipa il desiderio di arrivare ai giovani, di confidare nella loro sensibilità: “Un tempo si credeva anche per paura dell’inferno, ora in chi crede c’è più consapevolezza della misericordia di Dio”. Un capitolo è intitolato “Non lasciatevi rubare la speranza escatologica” e Aste sorride quando gli facciamo notare l’assonanza involontaria con Papa Francesco.

Come si va in montagna oggi, Armando? “E’ scomparsa la poesia, le motivazioni. Oggi hanno trasformato l’alpinismo in uno sport, ma non è uno sport. E’ un’arte. E opere d’arte sono le nuove vie, che resteranno sui monti finchè essi ci saranno, come diceva Emilio Comici”. Riconosce poi che “non tutti possono essere artisti”, ma aggiunge  che la montagna in modo originale e irripetibile può arricchire tutti.

Dalla vetta dei suoi novant’anni Armando Aste, posa i suoi occhioni profondi su una nuova Quaresima da affrontare con animo scout: “Dico che per un cristiano dovrebbe sempre essere Quaresima; dovremmo prepararci. Estote parati!, come dicevamo da esploratori…dentro di me, nello spirito, sono sempre rimasto uno scout: in quella Promessa ci sono i dieci comandamenti”.

 

Foto di R. Serafin